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16 agosto 2009

incanto lunare

 


Caligola: Elicone!
Elicone: Che c’è?
Caligola: (con voce seria e stanca). Voglio la luna … Non voglio mica l’impossibile … Tieni presente che l’ho già avuta … Io l’ho avuta completamente … L’avevo tanto guardata e accarezzata sulle colonne del giardino che aveva finito per capire.

Come il Caligola di Albert Camus desidera che l’impossibile sia, così anche Lucio dell’Asino d’oro di Apuleio invoca il potere di guarigione della luna come qualcosa di agognato. La rappresentazione storica è quella della Dea Iside, sorella e sposa di Osiride, capace di ridare la vita alle membra dilaniate dalla sofferenza terrestre, ma non solo. L’invocazione alla luna viene richiesta come qualcosa di salvifico e al contempo denudante del nostro stesso Sé. La ri-composizione di Osiride, raccontata nel mito egizio, è metafora di ricongiunzione postmoderna tra noi e l’Altro e ancor prima tra noi e la nostra stessa essenza marina; una quiete dunque che superando il languore per l’impossibile, riesce a lenire le ferite e a riportare la luce lunare in terra. Ma piuttosto che di radura chiaroscurale dell’essere, la luna è la finestra tra noi e noi stessi; riempie quell’interstizio liminare di nulla eterno e ci inchioda alla sua concavità infinita, come la definisce Alejandro Jodorowsky ne La Via dei Tarocchi. Ed è in questo perpetuo manifestarsi a noi stessi che ritroviamo nella luna l’origine materna e cosmica delle nostre profondità. Una primordiale capacità di nutrizione, discernimento, conoscenza delle nostre radici acquatiche e vibratorie che ci traghetta dentro e fuori di noi e che racconta di come le cose del mondo, guardate sotto una particolare lente, si riscoprano come possibili. Nella rappresentazione dei Tarocchi, la luna viene disegnata come un volto di profilo che custodendo il creato non si manifesta mai nella sua frontalità. Eppure ognuno di noi è già originariamente inscritto in un Tutto, basterebbe solo adoperare l’intuizione. Eppure ognuno di noi fa già parte del grembo lunare come archetipico ricettacolo di desideri, contraddizioni e accettazione di sé. È da quest’ultimo punto, dall’accettazione di sé che possiamo riconoscerci nella matrice lunare, nella Grande Madre o Iside che tutto ricuce per ri-generarci. Così la frontalità dello sguardo non è resa necessaria, proprio perché la luna indica la strada che già conosciamo e che abbiamo dimenticato. Sono lo specchio universale, chiunque può vedersi in me, così Jodorowsky chiosa sulla capacità dell’astro di custodire e vegliare ogni ente. Ecco dunque cosa chiedevano a gran voce Caligola e Lucio: conoscere sé stessi, potersi specchiare nel principio universale della luna come Altro assoluto e come termine medio per il nostro benessere primigenio. Credevano fosse impossibile perché l’intelletto, come il discorso logico, avverte parzialmente la totalità del cuore e della spiritualità.

[pubblicato anche qui ]




permalink | inviato da visionidiblimunda il 16/8/2009 alle 20:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

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BLOGGER CONTRO OGNI FORMA DI FASCISMO E RAZZISMO
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“Ho sempre sentito dire che i santi sono necessari alla nostra salvezza,
Loro non si sono salvati
Chi te l'ha detto?
E' quello che sento dentro di me
Cosa senti tu dentro di te?
Che nessuno si salva, che nessuno si perde
E' peccato pensare così
Il peccato non esiste, c'è solo morte e vita
La vita è prima della morte
Ti sbagli, Baltasar
la morte viene prima della vita, è morto chi siamo stati, nasce chi siamo, è per ciò che non moriamo per sempre [...] noi non sappiamo abbastanza chi siamo, eppure siamo vivi, 
Blimunda, dove hai imparato queste cose?
Sono stata ad occhi aperti nel ventre di mia madre, da lì vedevo tutto”
[Saramago, Memoriale del convento]

Quando Blimunda, la magnifica protagonista delle pagine di Saramago, è a digiuno riesce a vedere dentro le cose.
Perchè Blimunda sa che la veggenza è un dono inconsapevole. Blimunda osserva e ascolta, come un’anima antica vede. E sa che la morte e la vita sono legati come il declino e l’amore. Il dono di Blimunda nel post-moderno è paradossalmente il racconto di quello che non c’è, osservando e raccogliendo “immagini altre” per fermare l’inevitabile: la fine di tutte le cose. E chissà come saranno le immagini viste e quelle sognate o desiderate. Saranno a tratti potenti e sovente melanconiche. Il digiuno di Blimunda è qui inteso metaforicamente come ricerca della verità...una sottrazione costante, impietosa.  La verità è un fondo neutro dove le immagini restano intatte senza essere intaccate dal Chronos saturnino oppure...oppure ci sono delle soglie che aspettano di essere varcate. Coltiverò questo spazio come fosse un giardino, il mio.

Siete i benvenuti!


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