.
Annunci online

  visionidiblimunda [ in frammenti ]
 
 
         
 


Ultime cose
Il mio profilo


AIUTIAMO LETIZIA !
aleiorio
alice_
alterego
alu
animalie
antonella pizzo
aprile67
apugnochiuso
arfasatto
armavirumquecano
aspettandogodot
akatalepsia
auto-aiuto
artaud
bambinaportoghese
bbmount
beneficio_del_dubbio
bianca madeccia
blueriver
buio in sala
cantastorie
cavaliere errante
cafehafa
carmelo bene
chota
chirano
dawor
decimocirenaica
dolcecomeilcioccolato
dialegesthai
diotima
draculia
divano
dreca
espressione
eta-beta
eugualemcalquadrato
fioredicampo
fortezzabastiani
flussiacquatici
francesco marotta
fucine mute
gilles deleuze
gallica
garbo
girodivite
graffi(a)ti
gogobub
heavenonearth
ilcaf
il bokkaglio
ilMa.Le
iole toini
il pane e le rose
irlanda
iltrenodinotte
internetculturale
labruna
lazzaroblu
leparoletranoileggere
leceneridigramsci
leportedellapercezione
letterediwerter
liberaimago
liberliber
libri in prestito
locandasulfaro
lospiritodelcigno
luigirossi
manovella
marvin
mostro_joe
mulino di amleto
mioblog
mysweetgloom
ninetta
notebianche
oeildecarafa
ofelia
opìfice
ombra
paroleinsabilmenteferme
pennypress
phronesis
prof pinetti
prove tecniche di trasmissione
persbaglio
raissa
raqqash
rescogitans
rita bonomo
komsomol
kinematrix
kainos
sapere aude
saper_vedere
sempreIo
silentagony
silmarillon
simonatomaro
spaziaperti
spaziozero
specchio
stefanorissetto
teologia
terzostato
tisbe
triton
valigetta
via delle belledonne
viola amarelli
vulvia
wikipedia

cerca
letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom
 


16 agosto 2009

Viadellebelledonne, n.4, luglio 2009

  Viadellebelledonne, n.4, luglio 2009

quadrimestrale di filosofia, arte e letteratura del blog collettivo VDBD





Il visibile e l’invisibile
editoriale a cura di Alessandra Pigliaru

SOMMARIO

STRETTOIE: Tommaso Ariemma, Ad occhio nudo. Note su Sloterdijk e sulla commozione pittoricaAndrea Ponso, Visibile/Invisibile. Appunti tra estetica e teologiaAndrea Oppo, I dubbi di Sesto EmpiricoIlaria Ciancilla, Sequela,un tentativo non riuscito di conciliare invisibile e visibile

BALAUSTRE: Gianluca Pulsoni, Il visibile e l’invisibile: appunti sul cinema di G. M. Gaudino e Isabella SandriGiulia Sini, Secrets of the sun. SOSMatteo Boscarol, Visibile/Invisibile Animazione

PIANEROTTOLI: Lucetta Frisa, Scritti scelti e inediti di Jean François MilletPaolo Zardi, La donna invisibileMaria Antonietta Pinna, Superstizioni ed entità mostruose: Ichnussa e la poetica dell’oltre invisibile, dal gatto nero di Edgar Allan Poe alle surbiles logudoresi.

FINESTRE: Maria Gisella Catuogno, Il visibile e l’invisibile in alcune poesie di Charles BaudelaireMarta Ajò, Michael Greenberg. Il giorno in cui mia figlia impazzì

Random (rubrica a cura di Morena Fanti) : Virginia Foderaro, Mario CorsoSimona Lo Iacono, L’occasioneSilvia Leonardi, Una volta sola

CAMMINAMENTI: Salvatore Jemma, La generazione [dell’] invisibileMorena Fanti, Lo sguardo oltre il colle. Confine tra giornalismo e scrittura creativa

PONTEGGI: Aleth Messina, Il fiume Kevar  il fiume del Già, elemento d’amore e di rivelazioneAntonio Di Giorgio, “…Creatore di tutte le cose visibili ed invisibili…”

GIARDINI (rubrica a cura di Francesco Marotta): Alessandro Ghignoli. TristiziaAntonella Bukovaz, Poesie inediteIvan Crico, Poesie inedite

***

IL PROSSIMO NUMERO

***

Gli autori, gli artisti e i dialoganti che hanno collaborato a questo numero:

Antonella Pizzo, Tommaso Ariemma, Andrea Ponso, Andrea Oppo, Ilaria Ciancilla, Gianluca Pulsoni, Isabella Sandri, Giuseppe M. Gaudino, Giulia Sini, Peter Erskine, Matteo Boscarol, Lucetta Frisa, Paolo Zardi, Maria Antonietta Pinna, Maria Gisella Catuogno, Marta Ajò, Morena Fanti, Virginia Foderaro, Simona Lo Iacono, Silvia Leonardi, Paola Pluchino, Giusy Calia, Salvatore Jemma, Salvo Zappulla, Massimo Maugeri, Enrico Gregori, Nicola Amato, Luisa Ruggio, Valerio Varesi, Remo Bassini, Salvatore Spoto, Aleth Messina, Antonio Di Giorgio, Francesco Marotta, Alessandro Ghignoli, Antonella Bukovaz, Ivan Crico



19 luglio 2008

www.viadellebelledonne.it



E' on-line VIADELLEBELLEDONNE N° 1. Quadrimestrale di letteratura, filosofia e arte.

 

In questo numero:

 

- STRETTOIE: Andrea Oppo - NOTE SUL «DIARIO DI UN DOLORE» DI C.S. LEWIS ; Antonella Pizzo - LE INTERVISTE IMPOSSIBILI: Mary Shelley
 
- PIANEROTTOLI: Cristina Contilli - UNA FIGURA POCO CONOSCIUTA DEL RISORGIMENTO: la Contessa milanese Costanza Trotti Arconati; Erika Ranfoni - HANNAH ARENDT: la vita è un miracolo a due voci
 
- FINESTRE: Morena Fanti  - UNDERWORLD di Don DeLillo – una lettura ‘sospettosa’; Fernanda Ferraresso - LEG(G)ENDA DI UN FILM : TAXI DRIVER di Martin Scorsese; Marta Ajò - PATRIMONIO. UNA STORIA VERA di Philip Roth
 
- CAMMINAMENTI: Fabiano Alborghetti - RIABILITATO COME UOMO. Il laboratorio di lettura e scrittura creativa al carcere di Opera; Emilia De Rienzo - DIALOGARE CON LE PERSONE ANZIANE: UNA DIMENSIONE CHE SI STA PERDENDO; Maria Pina Ciancio - RITI ED ARTI MAGICO-RELIGIOSI NELL'ANTICA SOCIETA' LUCANA DEL POLLINO
 
- PONTEGGI: Valter Binaghi - LA TELEVISIONE DEI LIBRI; Paola Pluchino - QUATTRO MOMENTI SU TUTTO IL (MIO) NULLA. Omaggio a Carmelo Bene; Lia Volpatti - TUTTE LE (belle) DONNE DI MARLOWE!; Ilaria Ciancilla - LO SPECCHIO INFRANTO: i paradigmi della moda nel Nuovo Mondo
 
- GIARDINI: Marco Scalabrino - MARIA FAVUZZA; Anna Maria Bonfiglio - AUTUNNO SICILIANO; Francesco Marotta - I NOMI DELLA LUCE
GIARDINI (Rubrica di poesia a cura di Francesco Marotta): Marina Pizzi - DAVANZALI DI PIETA'; Lorenzo Carlucci - LA COMUNITA' ASSOLUTA; Federico Zuliani - TRAVELLING SOUTH; Francesca Sallusti - LA LEPRE CEDE IL PASSO ALL'ORO
 
- BALAUSTRE: Sandra Palombo e Lucetta Frisa - PETIT QUESTIONNAIRE pour Jean Echenoz; Marina Raccanelli - L'ARTE DEL RESTAURO. Intervista a Barbara Biciocchi; Alessandra Pigliaru - LA FEMMINILITA' RITROVATA. Saggio-intervista sul cinema di Alina Marazzi; Marco Buttafuoco - ARTE E PSICANALISI. Intervista a Laura Pigozzi
 
***
 
Gli autori, i dialoganti, gli artisti che hanno collaborato a questo numero:
Fabiano Alborghetti-- Marta Ajò -- Barbara Biciocchi -- Valter Binaghi -- Anna Maria Bonfiglio -- Marco Buttafuoco -- Giusy Calia -- Lorenzo Carlucci -- Maria Pina Ciancio -- Cristina Contilli -- Emilia De Rienzo -- Jean Echenoz -- Morena Fanti -- Fernanda Ferraresso -- Lucetta Frisa -- Alina Marazzi -- Francesco Marotta -- Andrea Oppo -- Sandra Palombo -- Alessandra Pigliaru -- Laura Pigozzi -- Marina Pizzi -- Antonella Pizzo -- Paola Pluchino -- Marina Raccanelli -- Erika Ranfoni -- Francesca Sallusti -- Marco Scalabrino -- Lia Volpatti -- Federico Zuliani

***

Scarica la rivista in .pdf



20 marzo 2008

La rivista VIADELLEBELLEDONNE

Nasce la rivista telematica Viadellebelledonne, dall’esperienza redazionale del blog letterario omonimo. La rivista di cultura letteraria rappresenta l’esperimento, ormai consolidato sul web, della scrittura intesa come approfondimento e sinergia di competenze diverse nel campo del sapere. Il numero zero prende avvio attorno ad un piccolo nucleo di articoli che nei numeri successivi diventeranno sempre più numerosi.

Attendo commenti e impressioni :)

***

Io, nel frattempo, tornerò attiva prestissimo, cioè appena finirà questo lungo periodo di assestamento.

Intanto vi dedico questo:



18 ottobre 2007

della precarietà...questa sconosciuta

[installazione di IGOR BOROZAN]

Analizziamo questa misteriosa parola e andiamo a scovare quali molteplici fraintendimenti linguistici possono celarsi dietro ad un’apparente termine di uso comune. Precario deriva dal latino precarius da prex (preghiera)…che si ottiene appunto attraverso preghiera; il significato sta inoltre nella durata, cioè precario è qualcosa o qualcuno che non ha durata infinita ma appunto che esiste in un tempo limitato; precario è inoltre sotto il governo di un concedente che ne stabilisce appunto il tempo. Nell’uso comune dunque la parola precario è tracciata lungo un percorso non molto chiaro a quanto pare; cioè da un lato si pensa che per la stessa struttura dell’essere umano la condizione di precarietà sia insita nell’uomo; dall’altro si crede che da tale condizione e/o concessione possa nascere un’ulteriore qualità necessaria…quella appunto della speranza di una stabilità futura. Mi pare di riscontrare una leggera discrepanza in tutto ciò; mi chiedo: se la precarietà è una forma soggettiva e costante di ognuno di noi, per vicissitudini e contingenze varie, allora perché nel suo etimo risuona la preghiera? Allora non è, mi chiedo, una caratteristica soggettiva individuale ma bensì una relazione che evidentemente necessita di almeno due attori. Procedo e mi rendo conto che esiste una decisione calata da non si sa bene chi o cosa, e che prevede la durata di tale precarietà…ma allora questa condizione esistenziale che ci fanno passare per umana e civile altro non è che una mistificazione...interessante dico io, si perché a sentire in giro ci sono migliaia di persone che oltre ad essere precarie nel momento in cui vengono al mondo, subiscono un’ulteriore vessazione: quella della schiavitù a quel concedente di natura terrena, pure troppo, che ne decide un nuovo significato, perché è Lui che conia via via tutto l’apparato linguistico e con esso la mia vita, come la tua…trasforma dunque la precarietà in flessibilità; mi risuona in mente una condizione dinamica per cui forse riesco anche ad essere protagonista del mio destino personale; seguo l’evoluzione del mercato e sono al passo coi tempi; sono contemporanea e paziente e sono soprattutto inserita bene con un CO.CO.CO. o un CO.CO.PRO. che mi permetterà un giorno di avere stabilità. Avrò una buona pensione e potrò mettere su casa col mio compagno; ovviamente potrò accedere ad un mutuo (soprattutto a quelli agevolati per le giovani coppie non proprietarie di immobili) e potrò assicurare un degno futuro ai miei figli; si perché ora che sono flessibile sento che mi piego ma non mi spezzo in questa mia sinuosa e affascinante nullità del vivere, del chiedere e dell’avere…mi sento realizzata finalmente, perché insegnerò alle future generazioni che per vivere dignitosamente bisogna studiare e sputare sangue sui libri per poter avere un riconoscimento del proprio lavoro (che poi arriverà senz'altro!) e se proprio non riusciranno ad andare all’Università, comunque verranno accolti dal mercato, in un abbraccio avvolgente, che gli consentirà di fare parte di una cerchia, altro che casta, di ben più importante levatura…quella di chi si mantiene la propria dignità e non urla, non strepita e non va dietro a nuovi e fallimentari progetti partitici. Così della precarietà si muore, lo capisce bene chi va a bussare alla porta di una qualche istituzione e/o del diritto per vivere decorosamente e viene trattato e interrogato al pari di un inquisito; c’è un’indagine costante da parte dello stesso concedente che pretende pure, oltre che decidere del tuo tempo, anche di vederti umiliato e che gli spieghi il perché del tuo modo di vivere… Della precarietà anche in Italia si muore, per una legge che viene tacciata di anticostituzionalità…





permalink | inviato da visionidiblimunda il 18/10/2007 alle 18:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (21) | Versione per la stampa


3 giugno 2007

SUL TEATRO E LA FESTA

La Crudeltà secondo Antonin Artaud, è da intendersi come necessità purificatrice vera e sacra. Il luogo dove il linguaggio teatrale sfugge alla parola ma soprattutto alla "rete" della Pantomima Europea (che Artaud definisce pervertita) è il teatro di Bali. Nel teatro in cui vige la regola dell'imitazione, come in quello occidentale, le parole rappresentano la frattura tra la vita e il teatro, tra lo spirito e l'uomo. Nel teatro Balinese si assiste invece ad una poesia dello spazio, in cui agiscono dei cosiddetti "geroglifici-attori" i quali, evocando gli oggetti, fanno si che ogni gesto rappresenti un atteggiamento dello spirito, antecedente la separazione guardante-guardato. La materia manipolata dal regista-sacerdote non è un suo prodotto, è qualcosa che appartiene all'Inumano di cui la natura è pervasa. Questo tipo di teatro poggia dunque sulla "Parola prima delle parole" e l’originalità sta nell’impossibilità della sua imitazione. L’attore è come un “geroglifico a tre dimensioni” di cui il gesto incarna una sacralità anteriore al linguaggio. L’essenza del teatro Balinese si svela nell’accadere. La rappresentazione teatrale coincide con la festa. Furio Jesi parla di differenza tra istanti festivi e istanti non festivi coincidente con la differenza tra visibile e invisibile; l’istante festivo, secondo Jesi, deve essere inteso come “l’istante di visibilità” per cui la festa è “abissalmente non quotidiana”; la festa è “quell’occasione di vedere, non di essere veduti”. Quel “visibile” dell’istante festivo è il centro della festa, “l’esibizione o il disvelarsi di un eídolon. L’Oggi, prosegue Jesi, è il tempo della festa che Artaud si proponeva di attuare con il teatro della Crudeltà. Il teatro come drâma dunque si ritrova solo in un ambito festivo in cui il visibile (eídolon) esiste come qualcosa di irripetibile, come quel teatro Balinese a cui Artaud stesso aveva assistito: lo spazio tra uomini e dei in cui la ripetizione non sarà mai e in cui l’assurdo non avrà più rifugio.




permalink | inviato da il 3/6/2007 alle 23:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (36) | Versione per la stampa


27 maggio 2007

INVIDIA

Tu hai qualcosa che io non ho: questa sommariamente la base dell’invidia; che sia provata o subita, l’invidia è un sentimento malevolo per noi e per gli altri; più semplicemente direi un risvolto dell’animo umano. Si traveste, ha mille copricapo e striscia fino a diventare quasi qualcosa di autosussistente. Non credo si tratti di un sentimento costruito attorno al quale gli esseri umani che la provano siano consapevoli. Credo invece che si tratti di un sentire spontaneo che a lungo andare diventa un vizio morale. Chi è invidioso vorrebbe il danno dell’oggetto invidiato; in qualche modo vorrebbe depredarlo di qualcosa che ritiene di dover avere e che risiede in altri. Così comincia il lavorio, attento paziente, come si trattasse della filatura di una tela; l’invidioso sistematico, per esempio, è colui che prende di mira l’altro, quasi fosse una missione, come oggetto da derubare. Tu hai qualcosa che io non ho; la serenità, il sorriso, l’allegria, ma anche il potere, il denaro, la carriera. Tu riesci a turbarmi. Io pretendo di avere ciò che appartiene a te indebitamente; io voglio qualcosa che mi spetta? Oppure voglio solo danneggiare l’altro? Se ci riesco col mio sguardo, con le mie parole dette quando tu non ascolti, allora si che sono soddisfatto. Ora che ti vedo traballare davanti ai miei occhi, ora che so che ciò che penso può trasformarsi in realtà. Questo il ragionamento in breve di un invidioso sistematico. Poi ci sono quelli che producono invidia, perché si pensa che abbiano tutto ciò che noi non possediamo. Se solo, come insegna Metastasio, ciascun l’interno affanno portasse scritto in fronte, quanti che invidia fanno, farebbero pietà! L’invidia altro non è che il voler avere sempre di più, sentimento prettamente occidentale che si sposa benissimo con la poca forza interiore e con il disagio della modernità sempre meno attenta ai bisogni degli altri e men che meno a quelli di noi stessi. L’invidia si nutre della miseria umana, fatta di stracci e brandelli di certezze; la miseria del voler avere sempre di più e subito.

Questo post è stato accelerato nella sua ideazione dalle riflessioni della mia amica Alu e da una inaugurazione di una mostra d'arte alla quale ho presenziato stasera....




permalink | inviato da il 27/5/2007 alle 1:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa


18 aprile 2007

scritti di confine IV

In girum ... appunti sul pensiero di Guy Debord

in "XÁOS. Giornale di confine", Anno II, N.3 Novembre-Febbraio 2003/2004

Il mondo reificato appare (…) definitivamente come l’unico mondo possibile, l’unico mondo concettuale afferrabile e comprensibile che sia dato a noi uomini
[G. Lukács]

Tutta la vita delle società moderne in cui predominano le condizioni attuali di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di merci
[Marx]

Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione
[Debord]

Premessa

Nella noiosa e malinconica rappresentazione e duplicazione della realtà, il soggetto detiene un posto di assoluto rilievo: è infatti, a un tempo, vittima e carnefice del suo stesso destino. Colui che “subisce” (qualcosa o qualcuno) è comunemente detto vittima: ruolo di subalternità e subordinazione nei confronti di chi esercita un potere sull’altro, per esempio. Tuttavia sarà opportuno rilevare come nella dialettica signoria-servitù (descritta da Hegel e ripresa per la coda da Marx) non esiste più la possibilità di “ribaltamento”. In un’epoca come quella contemporanea, parricida e ingrata verso un passato da dimenticare, non si distingue più l’altro che ci sta di fronte. Siamo in(te)grati all’interno di una pièce della quale non siamo né spettatori né attori. Appariamo semmai cose tra le cose; oggetti di cui a tratti si intravede il volume, appiccicati in una immensa tappezzeria di foto spedite a caso, senza mittente né destinatario. L’elemento che accomuna le immagini rappresentate nelle foto è la casualità del momento immortalato: mancanza di profondità, segmenti di vita che muoiono nel tratto di strada percorsa. L’immensa tappezzeria è il “fondo” in cui cammina il soggetto della società dello spettacolo. Scenografia di carta e plastica dunque, veli di maya postmoderni che, squarciati, non nascondono nulla. Pensiamo al gesto quasi titanico di Truman, protagonista del film di Peter Weir, che arrivato al “fondo” della sua vicenda si scontra con l’orizzonte e lo scopre finto. La vittima è inconsapevole di essere tale; avverte di essere marionetta ma non si sente strattonata da nessun burattinaio: non c’è nessuno che muove i fili. La vittima, colei che rinuncia alla vita perché ne è dipendente, non ha nessuna contro-parte alla quale resistere. Nella società dello spettacolo l’unico “rovesciamento” (che presuppone dunque una relazione) è quello del falso che diventa un momento del vero (Debord 1967, p.55).

Breve appunto


Ciò che appare è ciò che è. Un fondo neutro dove in dissolvenza appaiono, dal buio, immagini di oggetti proiettati. Nella dimora sotterranea a forma di caverna si alternano luci e ombre. L’uomo, secondo il mito platonico, è incatenato gambe e collo. Immobilizzato non può in alcun modo voltarsi e ciò che “viene offerto” alla sua vista è per lui la verità. Ma se quell’uomo venisse improvvisamente strattonato e costretto a guardar la luce stessa come reagirebbe? I suoi occhi sarebbero abbagliati perché non potrebbe abituarsi alla luce così rapidamente; “…non fuggirebbe volgendosi agli oggetti di cui può sostenere la vista?”. Secondo Platone è attraverso l’abitudine e l’esperienza l’uomo incatenato riuscirà a vedere “il mondo superiore”; riuscirà insomma a capire che ciò di cui si cibava nella tenebra della sua prima dimora altro non era che illusione. Questa descrizione sommaria delle dense pagine platoniche ci serve come quasi a voler dipingere un’immagine: l’uomo legato gambe e collo sta di fronte allo “schermo” delle sue possibilità. A lui decidere ciò che fare. A lui decidere di “delegare” il compito della sua “risalita” ad altri. Ma pensiamo per un attimo ad un individuo che, pur conoscendo cosa gli riserva l’esterno della caverna, non se ne curi. Pensiamo ad un individuo che sceglie di tenere le catene perché solo di ciò che vede riflesso può sostenere la vista. Ciò che appare continuerà a sembrargli vero. La copia dell’originale sarà il fondo verso cui si specchia, verso cui “si riconosce”. Ciò che appare sarà “senza spessore”. Ciò che è coincide con ciò che appare e, proprio a causa di questa conciliazione, viene a prodursi paradossalmente una frattura insanabile. Ciò che appare è ciò che è. “Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso” (Debord 1967, p.55)

Digressione


Gli uomini non possono vedere nulla intorno a sé che non sia il loro proprio viso: tutto parla loro di loro stessi. Anche il loro paesaggio ha un’anima

[Karl Marx]

La separazione è l’alfa e l’omega dello spettacolo. (…) Lo spettacolo è la conservazione dell’incoscienza nel cambiamento pratico delle condizioni di esistenza. (…) Ogni comunità e ogni senso critico si sono dissolti nel corso di questo movimento, nel quale le forze che hanno potuto crescere separandosi non si sono ancora ritrovate
[Debord]

Parigi 1960. Caroline cammina decisa. Capelli molto corti. Controllata e pensierosa sembra dirigersi in un luogo preciso. Voci fuori campo. Così si apre l’essenziale pellicola di Debord dal titolo Critique de la séparation

“Lo spettacolo cinematografico ha le sue regole, che permettono di realizzare dei prodotti soddisfacenti. Tuttavia, la realtà da cui bisogna partire è l’insoddisfa
zione. La funzione del cinema è presentare una falsa coerenza isolata, drammatica o documentaria, come surrogato di una comunicazione e un’attività assenti. Per demistificare il cinema documentario, bisogna dissolvere quello che si chiama il suo soggetto…Una ricetta ben consolidata stabilisce che, in un film, tutto ciò che non è dettato per immagini debba essere ripetuto, altrimenti il suo senso sfuggirà agli spettatori. E’ possibile. Ma questa incomprensione è dovunque negli incontri quotidiani... Dopo tutti i tempi morti e i momenti perduti, restano questi paesaggi da cartolina illustrata attraversati senza fine; questa distanza organizzata tra ciascuno e tutti. L’infanzia? Ma è qui; non ne siamo mai usciti. La nostra epoca accumula poteri, e si sogna razionale. Ma nessuno riconosce come suoi dei simili poteri.” (Debord 1961) L’immagine-movimento viene sostituita dall’immagine-documento: fotogrammi come inquadrature e interpretazioni di un’epoca, la nostra, che sgretola e svuota di senso il referente ultimo dell’imago: la realtà. Se l’immagine cinematografica si dà come elemento-medio tra l’immagine e ciò che dovrebbe rappresentare, nell’epoca contemporanea tale “riferirsi” è un “rinvio” di cui non si hanno origini certe se non nel magmatico dominio dell’oscurità. Il cinema di Debord produce una crepa nel comune senso di considerare il cinema; il suo è un tentativo politico prima che artistico, una tensione costante e ripetuta di portare alla luce la memoria di una realtà che non soddisfa, una realtà che tracima il cadavere della cultura e lo prepara per le nostre tavole addobbate di ipocrisie. La mutazione dei tempi storici non ha fatto altro che accogliere il messaggio debordiano all’inverso: alla secca litania dell’immagine-documento detournata, pesante come una pietra nello stomaco dei benpensanti, si è sostituita la sequela del consumo sfacciato e selvaggio. Alla voce fuori-campo che si leva come un monito durante la sequenza dei fotogrammi, è subentrata una processione di “signorine buonasera” legittime custodi del solo presente, che accolgono nei loro corposi ma rassicuranti decolté la maternità della storia e della memoria. “La filosofia, in quanto potere del pensiero separato, e pensiero del potere separato, non ha mai potuto da se stessa superare la teologia. Lo spettacolo è la ricostruzione materiale dell’illusione religiosa. (…)Lo spettacolo è la realizzazione tecnica dei poteri umani in un al di là: la scissione compiuta all’interno dell’uomo” (Debord 1967, pp.58-59).

Della deriva


Il soggetto produce, come quasi un prolungamento di sé, un ambiente o un percorso entro il quale egli si muove liberamente: il calcolo dei tragitti abituali dettati dalle costrizioni quotidiane vengono sostituite da uno sfaldamento dei confini e dalla “possibilità di cambiar strada”. Dietro gli esperimenti sulla deriva che Debord fa c’è un impianto teorico interessante ed attuale al contempo: la deriva infatti presuppone la nascita di un nuovo Urbanismo entro cui il soggetto, muovendosi nello spazio circostante, tesse la tela delle sue possibilità; dietro alla teoria della deriva, o forse come suo presupposto, sta la liberazione del soggetto, il disancorarsi dalla propria costrizione per costruire, quasi paradossalmente, ciò che potrebbe appartenergli: se stesso e l’altro da sé. Ciò che percepisce il soggetto è l’espropriazione di un mondo auto-sussistente, un organismo farraginoso e intestinale che lo vede (o meglio lo osserva) gettato in una situazione già pre-confezionata in cui potrà, se vuole, solo comparire a intermittenza. Se è vero (come scrive Althusser) che esiste una filosofia del senso comune ed una Filosofia tout court per la quale il mondo può e deve essere trasformato, Debord propone di far diventare il nostro orticello ricco di idee fuori stagione un terreno piano e fecondo di infinite possibilità scaldato dalla fioca luce della ragione. L’orticello delle idee della filosofia del senso comune è in fondo il nostro piccolo e rassicurante recinto, un luogo sicuro in cui si nutre l’illusione di poter dire cose di una certa incidenza. Come i sogni anche le illusioni si pagano col prezzo del mattino, e l’orticello diviene presto uno “scompartimento” da cui si crede di poter guardare fuori: risulta essere effettivamente il luogo in cui sono state calcolate perfettamente tutte le possibili direzioni. Le distanze tra l’interno e l’esterno sono così filtrate da un trama fitta di relazioni che poco spazio lasciano alla libertà di ognuno. Avere il coraggio del proprio intelletto e del proprio pensiero è lo scardinamento del recinto, è la presa di coscienza della nostra precarietà e della “trasversalità” dello spazio del soggetto. L’apertura dello spazio al soggetto è dunque la possibilità di uscita dal labirinto delle abitudini, la fuoruscita dall’incubo del “territorio programmato” a cui Debord dedicherà il settimo capitolo de La società dello spettacolo. La deriva è per i situazionisti un esperimento, un rendez-vous possible di cui il soggetto è protagonista assoluto. L’appuntamento possibile si colora, più di altri esperimenti sulla deriva, di cosiddetti comportamenti spaesanti. “La parte dell’esplorazione appare minima…nell’appuntamento possibile” (Debord, 1956, p. 117). Nel randez-vous possible larga parte ha la situazione emotiva del “soggetto spaesante” visto che l’azione e la conseguente re-azione da parte di terzi è assolutamente imprevedibile; pare dunque una ricognizione del campo empirico e delle interferenze da parte di altri appuntamenti di attese senza scopo preciso. In questo apparente caos di temporalità che si incontrano sta l’essenza dell’esperimento (che risulta paradossale visto che di esso l’oggetto è qualcosa di non ripetibile cioè l’esperienza): riscoprire la propria libertà spaziale. In linea di principio, il progetto situazionista riguardante la teoria della deriva è denso di significato: la libera costruzione della vita quotidiana e un parziale contributo alla “produzione” teorica e pratica della contestazione alla “modernizzazione” . Scrive Debord nel 1963: “Pur con occasionali differenze nei suoi mascheramenti ideologici e giuridici, è sempre la stessa società – contraddistinta dall’alienazione, dal controllo totalitario e dal passivo consumo spettacolare – che prevale ovunque. Non si può capire la coerenza di questa società senza una critica radicale che si ispiri ad un progetto di opposizione di una creatività liberata che è il progetto di sovranità di tutti gli uomini sulla loro propria storia e a tutti i livelli ” (Debord 1963, p. 3).


Dello spettacolo

Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno di progresso tecnico. In verità che cosa potrebbe essere più razionale della soppressione dell’individualità nel coso della meccanizzazione di attività socialmente necesarie ma faticose.
[Marcuse
]


“Lo spettacolo è l’erede di tutta la debolezza del progetto filosofico occidentale, che fu pure una comprensione dell’attività, dominata dalle categorie del vedere; così come si fonda sull’incessante spiegamento della razionalità tecnica precisa che è uscita da questo pensiero. Esso non realizza la filosofia, filosofizza la realtà.” (Debord 1967, p.58) “L’alienazione dello spettatore a beneficio dell’oggetto contemplato…si esprime così: più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio. L’esteriorità dello spettacolo in rapporto all’uomo agente si manifesta in ciò, che i suoi gesti non sono più suoi, ma di un altro che glieli rappresenta. E’ la ragione per cui lo spettatore non si sente a casa propria da nessuna parte, perché lo spettacolo è dappertutto” (Debord 1967, p.63) Ciò che lo spettacolo mostra è il mondo della merce. Ciò che la merce produce e di cui si nutre è la categoria del quantitativo sottomessa al qualitativo. La trasfigurazione del lavoro umano in lavoro-merce risulta uno degli aspetti e delle conseguenze dell’indipendenza della merce che esercita il suo dominio incondizionato sull’economia. Lo spettacolo è il palesarsi della dittatura della merce che non “agisce” in modo occulto ma occupa totalmente la vita sociale. Ecco che alla distinzione tra valore d’uso e valore di scambio si sostituisce l’identificazione, pressoché completa, dei due valori della merce fino al punto in cui il valore d’uso diventa egemone. Tutto ciò determina una forma perversa di privazione. “Il consumatore reale diviene consumatore di illusioni. La merce è questa illusione effettivamente reale, e lo spettacolo la sua manifestazione generale” (Debord 1967, p.72). Nella società dello spettacolo la merce è creatrice del mondo e auto-sussistente. Nel mondo rovesciato dello spettacolo la merce contempla se stessa: la sua pseudo–giustificazione sta nello pseudo-uso della vita. Il meccanismo pare contorto e pur tuttavia talmente semplice da sembrare inquietante: “la rappresentazione spettacolare dell’uomo vivente” determina il movimento e lo sviluppo di banalizzazione; è Debord a chiarire: la giustificazione di ogni merce risiede nell’abbondante produzione della totalità degli oggetti “di cui lo spettacolo è un catalogo apologetico” (Debord 1967, p.82). l’oggetto singolo è investito, agli occhi del consumatore, di un carattere religioso…quasi mistico. Tale stato comprende e “parmane” nell’oggetto come produttore di illusioni. In altre parole, nonostante la singola merce venga consumata, la forma-merce persiste verso la sua realizzazione assoluta. Ogni merce logorata comporta l’insorgenza di un’ulteriore merce che legittimi “l’illimitato artificiale” (Cfr. Debord 1967 p.84). Il nostro è “il tempo delle cose, perché l’arma della sua vittoria è stata appunto la produzione in serie degli oggetti, secondo le leggi della merce” (Debord 1967 p.135)

A proposito…


“La cultura è il luogo della ricerca dell’unità perduta. In questa ricerca dell’unità, la cultura come sfera separata è costretta a negare se stessa” (Debord 1967 p.161). I motivi sono da ricercare nella frattura del linguaggio che non può più comunicare nulla oltre l’impossibilità di cambiamento. Così anche l’arte cosiddetta di avanguardia altro non è che la sua stessa scomparsa. La realizzazione dell’arte è al di là di se stessa (Cfr. Debord 1967 p. 166). Ecco che, con arbitraria fondazione, sorge la pseudo-cultura spettacolare; la pseudo-cultura che cerca di rirpistinare un’unità senza comunità. Allora la cultura nelle sue manifestazioni e parcellizzazioni diviene anch’essa merce. Merce al servizio del pensiero spettacolare. Il severo avvertimento debordiano esorta all’attenzione su quanti abbiano cercato di criticare lo spettacolo. Si rischia di cadere nella superficialità di attacchi senza spessore che non tengono conto della “profondità” di una società delle immagini. Le radici di tale “trasformazione” infatti sono da indagare nelle basi materiali dello spettacolo stesso. Tanto si è discusso sul testo principale di Debord e tanto si è abusato. Stralci e brevi periodi possono essere (e sono state) oggetto di becere strumentalizzazioni politiche che poco hanno a che fare con il détournament. Ecco che si commette l’errore di inciampare nel linguaggio sterile dello spettacolare pur cercando di contrastarlo. “Per distruggere effettivamente la società dello spettacolo, occorrono degli uomini che mettano in azione una forza pratica”. L’agire, che tanto spaventa certi filosofi, tutti intenti a fabbricare i loro “ siparietti personali”, significa mettersi in gioco e considerare il potere del pensiero come ciò che può trasformare la realtà. La debolezza del pensiero filosofico di cui parla Debord, deve portare ad una rinnovata presa di posizione di fronte a quanto sta accadendo. “La coscienza spettatrice, prigioniera di un universo appiattito, delimitato dallo schermo dello spettacolo, dietro il quale è stata deportata la sua vita, non conosce più se non i suoi interlocutori fittizi che la intrattengono unilateralmente sulla loro merce e sulla politica della loro merce” (Debord 1967, pp. 181-182). E’ chiaro come lo spettacolo si serva delle coscienze spettatrici e fin qui ci possiamo ritenere in qualche modo solo “ingannati”. Ma c’è dell’altro: non solo si stabilisce un dialogo fasullo tra il soggetto spettatore e l’illusorio interlocutore ma si innesca un meccanismo di frustrazione, a causa delle pseudo-risposte, che determina il bisogno di emulazione. Il sentimento di supplizio quasi fisico che il consumatore metabolizza come bisogno di rappresentazione sta alla base della nevrosi spettacolare (Cfr. Debord 1967, p. 182). La scelta individuale era forse possibile nell’ottica debordiana del ’67; risulta impraticabile secondo la più recente analisi che Debord fa nei Commentari sulla società dello spettacolo del 1988. Secondo Debord infatti l’esito dello spettacolo è il totale mescolamento dell’immagine alla realtà. Non esiste opposizione e capacità critica perché non esiste la condizione della distinzione. Il governo spettacolare risulta “occulto” nell’accentramento del suo potere; le due modalità di diffusione e concentrazione si risolvono e confluiscono nel cosiddetto “spettacolare integrato”. Se prima il vero era divenuto un momento del falso, ora il vero è “indimostrabile”. La conseguenza dell’integrato è esattamente la mancanza di discussione nell’appiattimento dell’eterno presente (Cfr. Debord 1988, pp.195-199). Allora al “bombardamento” gratuito e unilaterale da parte della merce-vedette, si aggiunge e si fa strada un altro fenomeno conseguente allo “spossessamento”: il voyerismo di spiare ciò di cui ci sentiamo privati. Ciò che è nascosto e dovrebbe forse restare privato assume un ruolo importante nell’economia spettacolare integrata: guardare come gli altri vivono e si relazionano fra loro ci fa dimenticare quanto poco ci occupiamo della nostra quotidianità. E’ come guardare attraverso il buco di una serratura o scoperchiare per un attimo il soffitto delle stanze altrui restando passivi testimoni e fare finta di calarsi nell’altro, derubandolo di un po’ di intimità. Lo spettacolare anche detto “mediale” ha prodotto secondo Debord una fitta rete di rassicurazioni per ognuno dei consumatori: dall’esperto-mediale (colui che ha sempre la risposta adatta [quindi falsa]) a colui che dovrebbe informare o che ritiene di poter testimoniare qualcosa. Tutto falsato dunque comprese le nostre percezioni. Tutto equivalente sotto il comune denominatore dello spettacolo integrato. Ecco che ciò che appare esiste. Esiste in quanto appare. Questo vale sia per gli oggetti sia per le notizie (per esempio): “ciò di cui lo spettacolo può smettere di parlare per tre giorni è uguale a ciò che non esiste. Perché allora parla di qualcos’altro, e quindi è quella la cosa che, a partire da quel momento, in definitiva esiste” (Debord 1988, p.201).

 

----------------------------------------------------------------------------------------------------------------
BIBLIOGRAFIA

Guy-Ernest Debord
1956 Theorié de la dérive, in Les Livres neus, n. 9, novembre 1956, Bruxelles ; ed it. Teoria della deriva in Potlatch, Bollettino dell’internazionale lettrista 1954-57, Nautilus, Torino 1999.

1961 Critique de la séparation, Regia e sceneggiatura: Guy Debord. Montaggio: Chantal Delattre. Interprete : Caroline Rittener. 1961, b/n, 35 mm, 19’.

1963 Les situationnistes et les nouvelles formes d’action dans la politique et dans l’art, in Destruktion af RSG-6 : En Kollectiv manifestation ok Situationistik Internationale, Galeria EXI, Odense (Danimarca) 1963 ; ed. it., I situazionisti e le nuove forme d’azione nella politica e nell’arte,( trad. a cura di C. Maraghini Garrone) Nautilus, Torino 1990. Recentemente in trad.it. a cura di E. Ghezzi, R. Turigliatto, I situazionisti e le nuove forme d’azione nella politica o nell’arte, in Guy Debord (contro) il cinema, Il Castoro-Biennale di Venezia, Milano 2001.

1967 La Société du Spectacle,Buchet-Chastel, Parigi 1967 ; ed. it. , La Società dello Spettacolo, Baldini e Castoldi, Milano 1997, (prefazione C. Freccero e D. Strumia).

1988 Commentaires sur La Société du Spectacle, Gerard Lebovici, Parigi 1989; ed. it., Commentari sulla Società dello Spettacolo, Baldini e Castoldi, Milano 1997, pp. 185-248 (nota biografica P. Corrias).


SITOGRAFIA

- M. Priarolo, Filosofia e arte. Ritorno a Debord,
URL: www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=9394&IDCategoria=1

- www.larevuedesressources.org
- www.nothingness.org
- www.bopsecrets.org
- www.epdlp.com/debord.html

 




permalink | inviato da il 18/4/2007 alle 13:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


16 aprile 2007

scritti di confine II

Anarchia del desiderio. Il soggetto rapsodico tra Lacan, Deleuze e Artaud
in "XÁOS.
Giornale di confine", Anno II, N.2 Luglio-Ottobre 2003
Marea palpitante, marea piena di corpi,
di ossa mormoranti, di sangue, di polveri squamose,
di luci frantumate, di conchiglie di stelle,
santa marea che raduni i corpi.

Marea profonda, astri girevoli, schiuma, carne,
specchi dove si riflettono gli angeli,
fumi, fumi dalle volute strane
dove trascorrono specchi di orizzonti erranti.

marea spirituale, marea intessuta di carne,

ricomponi tra noi la dispersione dei corpi,
marea vivente, o tu che la cenere incomparabile
dei mondi passati attraversa con le sue favole,
formicolante di mondi rinascenti senza sosta

riplasma con le tue mani la sabbia friabile
trafiggici con le tue criniere di sangue.

(Antonin Artaud - agosto 1922)


kandinsky


Il desiderio si aggira nelle obliquità del soggetto, nel sospetto di uno sguardo in tralice. Attende su una soglia di sapere dove andare e nel frattempo riflette il suo ghigno beffardo allo specchio. Scriveva Sartre: "Che la realtà umana sia mancanza basterebbe a provarlo l'esistenza del desiderio come fatto umano…Perché il desiderio sia desiderio a se stesso, bisogna che sia mancanza, ma non una mancanza-oggetto, una mancanza subita…bisogna che sia la sua propria mancanza di…Il desiderio è mancanza d'essere, è sollecitato nel suo più intimo essere dall'essere di cui è desiderio. Così testimonia l'esistenza di una mancanza nell'essere della realtà umana" (Sartre 1943, 132) Per Sartre la perdita di se stessi e la negazione della propria autosussistenza, resta ancorata ad una certa idea esistenzialista per la quale il per-se si configura come ricerca di una presunta autenticità. Nonostante la denuncia di una mancanza d'essere infatti, l' analisi è pur sempre volta verso l'esistenza alla quale si dà una dignita filosofica imprescindibile; dunque il tentativo è pur sempre quello nostalgico del ripristino di ciò che si è perduto. Blanchot individua invece una fessura: il linguaggio porta in seno la decostruzione del soggetto. Infatti "il potere di parlare è legato…alla mia assenza d'essere. Mi chiamo ed è come se pronunciassi il mio canto funebre, mi separassi da me stesso, non sono più la mia presenza né la mia realtà, ma una presenza oggettiva, impersonale, quella del mio nome che mi supera e la cui immobilità di sasso ha esattamente per me la funzione di una pietra tombale sospesa nel vuoto. Quando parlo, nego l'esistenza di ciò che dico, nego anche l'esistenza di chi parla; la mia parola, se rivela l'essere nella sua inesistenza, afferma di questa rivelazione che essa è stata prodotta partendo dalla non esistenza di chi la fa, del suo potere di allontanarsi da se stesso, di essere altro che il suo essere." (Blanchot 1983, 29). L'assenza d'essere di cui parla Blanchot è molto simile a quella che Lacan chiamava manque-a-être, spazio nel quale e per il quale sorge il desiderio. "Il desiderio si produce nell'aldilà della domanda perché, articolando la vita del soggetto alle sue condizioni, essa ne sfronda il bisogno; ma esso si scava anche nel suo aldiqua perché, domanda incondizionata della presenza e dell'assenza, essa evoca la mancanza ad essere…In questa aporia incarnata… il desiderio si afferma come condizione assoluta" (Lacan 1974, 625) Il desiderio è un rinvio come del resto lo è il soggetto. Il rinvio costante è la caratteristica dell'inconsistenza e dello sgretolamento originario del soggetto che si illude di essere ciò che è già e sempre in Altro.
L'architettura del desiderio prende forma in Lacan attraverso delle disorganicità. Il soggetto rapsodico è ravvisato nel "corpo-in-frammenti…[che] si mostra regolarmente nei sogni...Allora esso appare nella forma di membra disgiunte e degli organi raffigurati in esoscopia, che mettono ali e s'armano per le persecuzioni intestine" (Lacan 1974, 91) Prosegue pertinentemente Lacan raffigurando il corpo come i quadri di
Bosch. Il corpo-in-frammenti è la disintegrazione di qualcosa che ha smesso di svolgere la propria funzione, la saturazione e la trasformazione di un soggetto che non controlla se stesso. Per questo verso il desiderio, che è pur sempre desiderio del soggetto, è una spinta incessante di cui l'appagamento sarà solo virtuale. Il desiderio è incontenibile tensione che sorge e si fa spazio nel grembo di una ancestrale separazione della quale il soggetto subisce la condanna. Il sentiero del desiderio sembra essere quello contrassegnato dalla formazione e dallo sviluppo del soggetto. Si tratta tuttavia di un soggetto che sfugge al riconoscimento e delega, suo malgrado, l'Altro nell'adesione a sé. La trasmutazione del soggetto produce una difficoltà primaria: se il soggetto è soggetto del desiderio allora dove si dirige il desiderio? Verso un oggetto indefinito che è continua sostituzione. Il "voler avere qualcosa in cambio" è una scusa, è il tentativo bulimico di supplire e riempire un fondo già e sempre bucato. Il nutrimento effettivo del desiderio è dunque nel ribaltamento del rapporto desiderante-desiderato, in cui il desiderato non viene posseduto ma solo ascoltato in attesa. Il desiderio si fa spazio. Rompe gli argini deboli di un soggetto fasullo e straripa Altrove.
L'Altrove è un luogo di contaminazioni fluttuanti. "Il desiderio…non si definisce attraverso nessuna mancanza essenziale…è proprio così tutte le volte che si pensa il desiderio come un ponte tra il soggetto e un oggetto: il soggetto non può essere altro che sfaldato, e l'oggetto perduto in partenza…Ci pareva che il desiderio fosse un processo, e che dispiegasse un piano di consistenza, un campo di immanenza…Il desiderio non è dunque interno a un soggetto, come non tende neanche verso un oggetto: è invece strettamente immanente a un piano a cui non preesiste, un piano che deve essere costruito, dove si emettono delle particelle, dove si coniugano dei flussi. C'è desiderio solo in quanto c'è dispiegamento di un tale campo, propagazione di tali flussi, emissione di tali particelle. Lungi dal presupporre un soggetto, il desiderio può essere colto solo nel punto in cui qualcuno non cerca o non coglie più un oggetto così come non si coglie come soggetto…Il piano di consistenza o di immanenza, il corpo senza organi, comporta dei vuoti e dei deserti. Ma questi fanno <pienamente> parte del desiderio, ben lungi dall'approfondire una qualsiasi mancanza…già il deserto è un corpo senza organi che non è mai stato contrario alle tribù che lo percorrono, il vuoto non è mai stato contrario alle particelle che vi si agitano" (
Deleuze 1998, 93-94) Il piano di consistenza su cui dovrebbero incontarsi tutti i CsO è una radura scivolosa e deserta che partecipa dei CsO. "Il Corpo senza Organi non lo si raggiunge, non si può raggiungere, non si finisce mai di accedervi, è un limite…Su di esso dormiamo, vegliamo, combattiamo, vinciamo e siamo vinti, cerchiamo il nostro posto, conosciamo le nostre inaudite felicità e le nostre favolose cadute" (Deleuze-Guattari 1996, 227). E' attraverso la perdita della soggettivazione e delle significazioni che si arriva alla verità del corpo: un groviglio di energie e sinergie, una molteplicità materiale e alchemica di organi spogliati della loro stessa densità. Un corpo che per Deleuze come per Artaud si apparterrà nel momento della sua completa esautorazione. "L'uomo è malato perché è mal costruito. Bisogna decidersi a metterlo a nudo per grattargli via questa piattola che lo rode mortalmente, dio, e con dio i suoi organi, Legatemi pure se volete, ma non c'è nulla che sia più inutile di un organo. Quando gli avrete fatto un corpo senza organi, l'avrete liberato da tutti gli automatismi e restituito alla sua libertà. Allora gli reinsegnerete a danzare alla rovescia come nel delirio del bal musette e questo rovescio sarà il suo vero dritto" (Artaud 2001, 53) La vita è "disseminazione…semenza radio-fisica di magia, di cui nessuno da che mondo è mondo ha potuto dire cosa fosse" (Artaud 1995, 29). Il corpo senza organi è la liberazione del soggetto dalla reclusione di un'anatomia "di cui dio è l'unico responsabile certo" (IVI). Questo lazzaretto di atomi conficcati in un corpo di cui nemmeno noi siamo proprietari, deve essere, secondo Artaud, distrutto. La distruzione del corpo è feconda, la dissacrazione molto più sacra di un certo ordine prestabilito. Qualunque principio unificante lascia il posto al Caos su cui poggiano il soggetto e le sue false rappresentazioni; e il Caos è de-centramento, elettricità che scorre e si disperde lungo i filamenti del soggetto. "Sento sgretolarsi il terreno sotto il mio pensiero e sono portato a considerare i termini che adopero senza l'appoggio del loro senso intrinseco, del loro substratum personale. Meglio ancora, il punto che sembra collegare questo substratum alla mia vita mi diventa di colpo stranamante sensibile e virtuale" (Artaud 1966, 58-59). Lo sgretolamento del pensiero è una sottrazione, un'erosione dell'origine che non permette al soggetto di avere possesso di ciò che dice. Il linguaggio inteso come struttura organizzante è fuorviante, non appartiene al soggetto ma è cospiratore. Il linguaggio tiene in ostaggio il soggetto che pare libero solo nell'inespressione. Il linguaggio è espressione di un corpo sotto dittatura. Il soggetto è suddito di se stesso e altresì di una sottrazione originaria di cui denuncia senza sosta la presenza. E' il vuoto a diventare eloquente, non è l'essere che manca a se stesso per cui bisogna cercare incessantemente una conciliazione. La frattura è originaria e l'origine probabilmente una farsa. La rivolta della carne è il corpo senza organi e il desiderio ne percorre le fenditure senza tregua, impietoso.


APPENDICE. L'ECO DEL DESIDERIO DI EULALIA
[1]

"Ci sono sguardi d'amore e sguardi di desiderio. L'amore è povertà, carenza. E' attesa che l'altro corpo percorra uno spazio e, colmando un vuoto, incontri. Nell'incontro non c'è fruizione di un corpo, ma accoglimento di un dono…Il desiderio, invece, non conosce incontri, non riduce la propria soggettività per creare quello spazio indispensabile all'apparizione della soggettività altrui. Il desiderio conosce solo la saturazione per possesso. Nel suo sguardo non ci sono le tracce di un'attesa, ma la smaniosa concupiscenza di incontrare nell'altro solo se stesso" (Galimberti 1983, 105)

Lo specchio è il rifrangersi dell'immagine, di se stessa, di un mondo perduto e mai posseduto, di un desiderio insoddisfatto che ha il suono e il peso lieve di un soffio…la mancanza di essere si fa sublime visione e suggestione poetica. Eulalia resta rapita dall'immagine incantata ed edulcorata di un uomo che sorge dalla superficie dello specchio…una presenza gratuita forse o la metafora del perduto amore, di un amore nostalgico che non ha tratti fiammeggianti ma solo sbiaditi dal tempo. E' così che il desiderio di Eulalia verso chi non alza neanche il capo per guardarla, trasmuta alchemicamente in nostalgia…Si può avere nostalgia di qualcosa che non si è mai avuto; soprattutto, la nostalgia non chiede niente in cambio e non brucia verso il futuro, non è rivolta principalmente verso un oggetto erotico. Tuttavia non ci troviamo nella frattura che la struttura della lingua porta in seno ma nella potenza nullificatrice e a-topica del silenzio. Il silenzio è l'immagine che ancora non si è fatta corpo, è un precedere la forma. L'immagine muta che abita lo specchio di Eulalia è l'incontro che non ha bisogno del corpo per sopravvivere, è la gratuità della visione che non pretende niente in cambio ma solo di essere accolta.


[1]
Il riferimento è al testo di Paola Capriolo La Grande Eulalia. La trama non è essenziale, ciò che interessa sono le suggestioni tratte dal testo funzionali al nostro discorso.


Riferimenti bibliografici

- M. Blanchot
1983 Da Kafka a Kafka, Feltrinelli, Milano
- J.P. Sartre
1943 L' essere e il nulla, Il Saggiatore, Milano
- J. Lacan
1974 Scritti, Einaudi, Torino (2 voll.)
- G. Deleuze
1996 (Deleuze-Guattari) Millepiani, Cooper Castelvecchi, Roma
1998 Conversazioni, Ombre Corte, Verona
- A. Artaud
1966 Frammenti di un diario d'inferno in Al paese dei Tarahumara, Adelphi, Milano
1995 Storia vissuta di Artaud-Momo, Edizioni L'obliquo, Brescia
2001 Per farla finita col giudizio di dio, Stampa alternativa, Roma
- U.Galimberti
1983 Il Corpo, Feltrinelli, Milano
- P. Capriolo
1988 La Grande Eulalia, Feltrinelli, Milano




permalink | inviato da il 16/4/2007 alle 11:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

sfoglia     luglio       

 
_______________________________________


BLOGGER CONTRO OGNI FORMA DI FASCISMO E RAZZISMO
________________________________________
“Ho sempre sentito dire che i santi sono necessari alla nostra salvezza,
Loro non si sono salvati
Chi te l'ha detto?
E' quello che sento dentro di me
Cosa senti tu dentro di te?
Che nessuno si salva, che nessuno si perde
E' peccato pensare così
Il peccato non esiste, c'è solo morte e vita
La vita è prima della morte
Ti sbagli, Baltasar
la morte viene prima della vita, è morto chi siamo stati, nasce chi siamo, è per ciò che non moriamo per sempre [...] noi non sappiamo abbastanza chi siamo, eppure siamo vivi, 
Blimunda, dove hai imparato queste cose?
Sono stata ad occhi aperti nel ventre di mia madre, da lì vedevo tutto”
[Saramago, Memoriale del convento]

Quando Blimunda, la magnifica protagonista delle pagine di Saramago, è a digiuno riesce a vedere dentro le cose.
Perchè Blimunda sa che la veggenza è un dono inconsapevole. Blimunda osserva e ascolta, come un’anima antica vede. E sa che la morte e la vita sono legati come il declino e l’amore. Il dono di Blimunda nel post-moderno è paradossalmente il racconto di quello che non c’è, osservando e raccogliendo “immagini altre” per fermare l’inevitabile: la fine di tutte le cose. E chissà come saranno le immagini viste e quelle sognate o desiderate. Saranno a tratti potenti e sovente melanconiche. Il digiuno di Blimunda è qui inteso metaforicamente come ricerca della verità...una sottrazione costante, impietosa.  La verità è un fondo neutro dove le immagini restano intatte senza essere intaccate dal Chronos saturnino oppure...oppure ci sono delle soglie che aspettano di essere varcate. Coltiverò questo spazio come fosse un giardino, il mio.

Siete i benvenuti!


:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

DISCLAIMER:
Nonostante questo blog non si possa considerare una testata giornalistica, perché priva di una costante periodicità, alcuni degli scritti e/o articoli presenti sono stati già pubblicati in quotidiani, riviste e cataloghi quindi soggetti a regolare copyright. L'autrice dichiara di non essere responsabile per i commenti dei visitatori inseriti a seguito dei post. Eventuali commenti lesivi dell'immagine o della onorabilità di persone terze non sono da attribuirsi all'autrice nemmeno se il commento viene espresso in forma anonima. La maggior parte delle immagini presenti in questo blog sono tratte da Internet e su specifica e motivata richiesta saranno immediatamente rimosse.
Per qualsiasi richiesta e segnalazione scrivetemi
visionidiblimunda@yahoo.it

::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

QUESTO BLOG VI SEGNALA:


Per chiedere alla Commissione Europea
l’abolizione del movimento pedofilo olandese
che vuole vedere riconosciuti i propri diritti:
CLICCATE QUI E ...FERMIAMOLI!


::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::


PER FERMARE
IL COMMERCIO DI CARNE DI CANE
NELLE FILIPPINE,
FIRMA LA PETIZIONE!

::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::



Sosteniamo Saviano!
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::


Vorrei che voi leggeste
come si può essere licenziati

:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::


Brava jj...sei guarita!

::::::::::::::::::::::::::::::

:::::::::::::::::::::::::::::


GOYA- Il sonno della ragione genera mostri

:::::::::::::::::::::::::::::::

Pollici divini, aiutatemi
A scolpire queste fronti sfuggenti,
queste orecchie tese di metallo,
queste guance gonfie di rose,
e queste bocche che si ritraggono
al tocco delle mie dita.
La bottega danza e si espande,
sconcertante gioco al massacro.
Siate rocce, siate la frase
Che trema sulla bocca di un uomo
Che vacilla nel suo pensiero.
[Antonin Artaud, Bottega dell’anima]
::::::::::::::::::::::::::::::::::: 


Avete incontrato
o incontrerete qui....
tra le altre cose:


KAURISMAKI- CRIME AND PUNISHMENT



ANNA MAGNANI



ANTONIN ARTAUD



GIORDANO BRUNO



GILLES DELEUZE



LUDWIG WITTGENSTEIN



C.TH. DREYER



EDITH STEIN



BERGMAN- FANNY E ALEXANDER



ERACLITO



JOYCE LUSSU



JACQUES LACAN



LUCE IRIGARAY



SIMONE WEIL



ANTONIO GRAMSCI



DREYER- ORDET



ALEKSANDR SOKUROV



BERGMAN- IL SETTIMO SIGILLO



HANNAH ARENDT



MAGRITTE



::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

Sto leggendo:


PIETRO VERRI- LE OPERE



CVETAEVA- DESERTI LUOGHI



GROSSMAN- COL CORPO CAPISCO



:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::


Sto ascoltando:


PAOLO CONTE

::::::::::::::::::::::::::::::::



contatore inserito dal 6/6/07
::::::::::::::::::::::::::::::::


Tracked by Histats.com