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22 giugno 2008

1984

- Come fa un uomo ad affermare il suo potere su un altro?
- Facendolo soffrire.
- Esatto. L’obbedienza non basta. Il potere è infliggere dolore e umiliazione, altrimenti non c’è certezza. Il potere è fare a pezzi una mente umana e poi rimetterla insieme nella nuova forma che tu stesso scegli. Il potere non è un mezzo; è un fine. Nel nostro mondo c’è posto solo per il trionfo e l’autoumiliazione; tutto il resto lo distruggiamo. Il passato è proibito. Perché? Perché quando separiamo un uomo dal proprio passato, lo separiamo anche dalla sua famiglia, dai suoi figli, dagli altri uomini. Non esiste amore se non per il Grande Fratello. […] Winston, tu stai pensando che la mia faccia è vecchia e stanca e che mentre parlo di potere, sono incapace di impedire il decadimento del mio corpo. Ma l’individuo è soltanto una cellula e l’usura di una cellula è il vigore di tutto l’organismo. […] La vita la creiamo noi a tutti i livelli. Noi creiamo la natura umana. Gli uomini sono infinitamente malleabili. O forse ti stai cullando nella vecchia idea che un giorno i proletari insorgeranno? Toglitelo dalla mente. Sono animali impotenti.
- So che fallirete. Esiste qualcosa nel mondo. Uno spirito che non annienterete.
- E in che consiste questo spirito?
- Non lo so. Lo spirito dell’uomo…
- E tu ti consideri un uomo?
- Si.
- Se tu sei un uomo, sei l’ultimo uomo. La tua razza è estinta. Noi ne siamo gli eredi. Non riesci a capire che sei solo? Tu sei fuori dalla storia. Tu inesisti.

Qui sotto l'intera sequenza del film di Michael Radford, tratto dal libro di George Orwell 1984




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7 giugno 2008

Ciao, Dino




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26 maggio 2008

Gomorra, di Matteo Garrone

   

Gomorra non è stata distrutta per l’empietà dei suoi abitanti. Gomorra è uno spazio fisico ben preciso. Una specie di non-luogo se invece si tengono presenti tutte le trame fuori fuoco. Che vive respira e si ciba di tutto quello che può annientare. Una provocazione evidente in cui gioca un microcosmo che non conosce pietà. E’ una rete fitta e oscura, idiota, per certi versi, come il potere che cerca di nascondersi e vive delle miserie altrui, nauseabondo e bulimico fino allo spasmo; mitica come l’immagine di boss-imprenditori che costruiscono la propria fortuna sull’idea di forza e di violenza. Che Gomorra sia sinonimo di Camorra, lo si capisce fin dall’esordio del film di Matteo Garrone, nelle sale dal 16 maggio e portato avanti con la co-sceneggiatura di
Roberto Saviano (il giovane autore del libro omonimo). Libro visionario sebbene realistico, e film altrettanto potente e lacerante. Il rigore dei fatti nella scrittura di Saviano, viene fedelmente riportato da Garrone nella narrazione filmica, con una sferzata di colpi finali, ce ne fosse bisogno, con vere e proprie cifre da capogiro. Sono carica di aspettative quando entro nella sala per assistere alla proiezione; penso di come sia difficile un’operazione del genere: rendere un libro così bello e terrificante come quello di Saviano, in 135 minuti. Mi è sembrato di vederla quella lingua di terra infetta, non ancora in peritonite di cui parla Saviano, mi è sembrato di assistere a quelle esistenze che rimangono appese ad un destino casuale e beffardo. Quelle vite di bambini che vengono massacrate, costantemente. E quegli altri corpi, tutti uguali, stipati come aringhe in scatola. L’atmosfera del film è da subito livida, al neon, ma non si scorge alcuna radiografia evidente se non l’efferatezza del sangue che arriva sempre come uno schiaffo. Garrone è un maestro di incisione e come tale rompe gli indugi a pietismi o tentativi di salvezza. Non ci sono moniti allo Stato e nemmeno si sente il bisogno di decretarne l’assenza. Lo Stato è semplicemente un figurante, una comparsa che accetta di stare ferma. La provincia di Napoli e tutto ciò che da essa si riverbera vivono invece di sostanza propria. L’architettura e la fatiscenza dell’abitato rappresenta bene la struttura del Sistema. Tanti piani dello stesso inconscio collettivo che si scorgono solo dall’alto. E si possono controllare tutti. Spaccio di droga a cielo aperto, matrimoni ad un altro piano e invisibilità del potere camorristico che ti entra fino nell’intimità e ti tiene al collo, nella normalità. Certo perché dev’essere una norma, seppure perversa, se in Italia esiste un’economia delle mafie che fattura più di centocinquanta miliardi di euro l’anno. Se ci sono organizzazioni che hanno ammazzato in meno di trent’anni più di diecimila persone. Eppure non c’è solo la provincia napoletana coinvolta nella Gomorra di Saviano e Garrone. C’è invece la connivenza tentacolare di tanta Italia per bene che vive sopra lo sfruttamento del lavoro minorile, sopra lo smaltimento dei rifiuti, sopra un’infinità di marciume che, siccome nascosto, non sembra faccia così notizia. Non sono storie straordinarie quelle raccontate, bensì quotidianità stravolte dal mito del comando e del controllo che degenera nei vizi del potere. Sono ragazzini in guerra tra di loro che crescono solo per emulare tristemente i propri miti. Non possono smontarli, loro. Non da soli. E non possono sapere quanto è grande e avvolgente Gomorra. A questo ci pensano la tenacia di Saviano e la visione di Garrone che li fanno apparire in tutta la loro miseria e pericolosità. Li fanno apparire nella loro verità, senza fronzoli né folclore. E li fanno puzzare anche, di un olezzo spaventoso di morte che sembra mischiarsi con la pellicola.
***
Pubblicato anche qui e qui



18 novembre 2007

Ferro 3


Siamo tutti case vuote
e aspettiamo qualcuno
che apra la porta e ci renda liberi.

Un giorno il mio desiderio si avvera.
Un uomo arriva come un fantasma
e mi libera dalla mia prigionia.
E io lo seguo, senza dubbi, senza riserve...
Finché incontro il mio nuovo destino

[Kim Ki-Duk]

Silenziosi passi aggirano perimetri e guardano le possibili anime da re-inventare, da rassettare, da aggiustare come si fa con oggetti di uso comune. Sono tante le soluzioni all’arcano senso dello scorrere. Forse si scorre e basta. Si passa. E questo è ciò che conta. Entrare nella casa vuota di Kim Ki-Duk è come accedere all’allegoria di un passaggio sensuale e soffiato tra tutte le anime del mondo; è sospensione di senso per una visione metafisica del silenzio. Così comincia e finisce la storia di Tae-Suk che entra nelle case lasciate vuote a mettere ordine, aggiusta quel che si è rotto e poi si ferma, si immerge in acqua purificatrice e va via. Perché lo fa è difficile a dirsi. Forse perché le infinite stanze che Tae-Suk incontra e dimora, diventano come effigi di un tentativo di trattenimento avulso dal corpo. Oppure perché è lui che vaga, e solo lui, alla ricerca di sé attraverso gli Altri; uno dei modi più difficili e dolorosi che si possano trovare e che Kim Ki-Duk esalta in poetica dello spazio. È in questo modo che i versi-fotogrammi incalzano fino a scavalcare e trasalire quando sull’ennesima soglia trovano lo scacco o il compimento, chi può dirlo. Tae-Suk varca il limite ed è lì che compare Sun-hwa. Senza scambiare una parola, spogliandosi delle proprie inadeguatezze, si amano e restano insieme, nonostante la separazione forzata.
   
Così quel fantasma che arriva per Sun-hwa ha i tratti dell’incontro vissuto, della condivisione improvvisa della nostra metà perduta. Ferro 3 di Kim Ki-Duk appare come un’apologia dell’amore dunque: come il superamento della solitudine ontologica di ognuno di noi attraverso la ricomposizione dell’unità perduta. Ecco che Kim Ki-Duk attraverso una ricerca estetica raffinatissima, mostra come la verità dell’incontro extra-ordinario possa renderci liberi, come le case vuote abbiano porte liminali di diversa natura: avvertirne il passaggio ci traghetta verso la libertà.


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7 ottobre 2007

les amants du pont-neuf


La parola diventa fuoco, sordo e inesorabile, schiacciato dal fato. La parola trasmuta in gesto alchemico e creativo, diventa agire in cui si distingue la verità del dire, semplice, sputata fuori dalla bocca di chi non ha più sconti ma solo ultimi e implacabili fardelli da estirpare. Il bagliore spira e acceca nella notte sul Pont-Neuf e racconta di anime dimenticate, in cerca di un liquido amore che possa finalmente acquietarle.



10 settembre 2007

la doppia vita di Veronica

Ecco un'ulteriore lettura...



L’occhio del destino fa capolino da una lente distorta. E’ un anello liscio e perfetto come una pupilla che si apre e scopre mondi possibili. La lente è il gioco di una donna che osserva la realtà capovolgersi, il suo rovescio, ciò che potrebbe essere se si trovasse di fronte alla sua immagine-corpo assolutamente identica e altrettanto lontana. La biglia di plastica rimbalza e tira fuori stelline magiche che cullano i sogni di Weronika, la prima protagonista del film di Kieslowski. Una biglia che, se osservata, ha il sapore dell’infanzia materna e, se fatta rimbalzare, la traiettoria incontrollabile della sorte di ognuno. Una vita qualunque quella di Weronika, giovane talentuosa nel canto che presto scopre il mistero della sua femminilità. Accarezza il sogno d’amore e vive la sua passione come fosse qualcosa che fugacemente la accompagna nel suo frettoloso cammino. Weronika vive a Cracovia quando viene stroncata da un infarto durante un concerto di cui è solista. Eppure prima dell’evento fatale capita qualcosa che segnerà, da lì alla fine, tutta la sua breve esistenza. Attraversando una piazza Weronika osserva un gruppo di turisti che ritornano sul pullman che li aveva condotti in Polonia. Non distingue bene i volti ma insiste nel guardare una giovane fotografa che sembra molto impegnata a riprendere ciò che vede. Weronika la focalizza e si imbatte nella sua copia…la scruta attentamente e non ha dubbi: è proprio lei stessa. Da quel momento Weronika non potrà più sentirsi sola al mondo. L’immagine resa molto bene da lunghi e silenziosi sguardi, è come la perdita definitiva della propria immagine identitaria. La casualità dell’essere gettati nel mondo non basta a spiegare ciò che è. Weronika non è sola, come ripeteva spesso al padre, ma, ancor più destabilizzante, non è unica. Il carattere di irripetibilità e singolarità viene meno. Véronique abita invece a Parigi e non vede il suo doppio; ne percepisce soltanto la presenza e quando Weronika muore, improvvisamente si sente trapassata. La capacità di Kieslowski sta nell’indagare profondamente il sentimento di perdita e di nostalgia. Un istante appena e Véronique avverte una memoria che non è la sua; la forma è la stessa ma i ricordi li assorbe attraverso il presentimento. In silenzio, ascoltate la bella colonna sonora di Preisner e ammirate l’incantevole Irene Jacob. Una pellicola sulla femminilità, quella che non crede di essere negata ma che vive solitaria di convincimenti profondi; quella quotidiana di una donna che non reclama il suo posto nel mondo ma non per questo non solca il suo transito nella più autentica volontà di esser-ci.



19 agosto 2007

Lezioni di piano


The sacrifice - Michael Nyman

Vecchi armadi e cassetti da mettere a posto. Trambusto di piatti e rami e un luogo lontano, segreto e inconfessabile dove lasciare i propri tesori. L’ansia è una silenziosa spina che lentamente trapassa la carne e resta in limine mortis fino all’ennesimo suono. Ennesimo rintocco di un improbabile sogno. Il sacrificio che attende Ada è macchiato di ipocrisia, di foto ridicole, di rinunce incomprensibili e di violenza. Erotismo sofferto che diviene passione? Oppure sindrome da isola deserta? Lezioni di piano, a distanza di anni, mi lascia sempre un sentimento ambivalente, quasi conflittuale…non ho ancora capito da cosa provenga quel sottile senso di fastidio che a volte si trasforma in ammirazione per alcune sequenze; forse dall’aria di continua prostrazione di Ada dinanzi a qualunque cosa (tranne che al pianoforte)….e il modo di cogliere il circostante con aria remissiva. L'atmosfera è comunque commovente...




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31 luglio 2007

ADDIO A MICHELANGELO ANTONIONI


Ieri sera è spirato Michelangelo Antonioni, un'icona del cinema e del panorama culturale mondiale. Voglio ricordarlo con alcune immagini straordinarie tratte dai suoi film....
La colonna sonora di Veloso credo che dica molto di più di tante vuote parole.


 
DESERTO ROSSO



ZABRISKIE POINT


 
BLOW UP


 
ECLISSE




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30 giugno 2007

potere alla parola



Come si fa ad alterare una notizia? Cosa si intende per etica professionale? E in che modo l’informazione manipolata diventa propaganda? Sbatti il mostro in prima pagina, sembra chiaro; basta costruire ad arte un colpevole facendo in modo che le fonti risultino veritiere e che tutto combaci in modo semplice; basta che chi ha il potere dei media, invece di restare un osservatore imparziale si tramuti in vedette da palcoscenico e porti avanti se stesso tutelando i propri rapporti politico-economici. Il film di Marco Bellocchio tuttavia non sembra un assioma riuscito; risente dello stravolgimento della sceneggiatura iniziale pensata da Donati e, servendosi di Fofi senza tuttavia distinguere alcune fasi politiche importanti degli anni settanta, cerca di dare un quadro un po’ goffo con qualche accenno di psicodramma. L’interpretazione di Volontè è come sempre magistrale: il direttore de “Il Giornale”, schierato con il potere politico democristiano, cerca di accrescere il consenso elettorale costruendo una notizia falsa che cavalcherà le prime pagine per diverso tempo. Una ragazza giovanissima viene infatti uccisa senza che si possa subito risalire al colpevole ed è qui che Bellocchio ricostruisce bene la morbosità giornalistica dei particolari; quella smania pervertita di accentuare aspetti truci e intimi per gettare fango gratuitamente sulla vittima e su chi le stava intorno; morbosità che è necessaria a quella folta schiera di lettori che si lasciano indurre da pregiudizi e stereotipi; quelli che credono di piangere per un lutto condiviso e che invece restano ipnotizzati dal lavorio della propaganda. È qui che il direttore sceglie di confezionare la falsa notizia del presunto assassino della ragazzina: si tratta di un extraparlamentare di sinistra che aveva una storia con lei e che in seguito a un rifiuto decide di ucciderla. Solo un cronista si accorge dell’errore e viene infatti licenziato; tuttavia non viene fatta giustizia e il vero assassino resta libero. La sceneggiatura pare risentire di una profonda confusione politica tutta registica credo e non imputabile ai suggerimenti di Fofi. Sebbene l’interpretazione di Laura Betti sia eccellente ed efficacissima, non si capisce perché Bellocchio voglia calcare la mano sul suo lato nevrotico e mai sulla complessità femminile…ma se qualcuno di voi ha avuto la sfortuna di vedereDiavolo in corpo” forse lo sa…




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31 maggio 2007

21 grammi



"Quante vite viviamo? Quante volte si muore? Si dice che nel preciso istante della morte tutti perdiamo 21 grammi di peso, nessuno escluso; ma quanto c’è in 21 grammi? Quanto và perduto? Quando li perdiamo quei 21 grammi quanto se ne và con loro? Quanto si guadagna? …..21 grammi…. il peso di 5 nichelini uno sull’altro, il peso di un colibrì, di una barretta di cioccolato. Quanto valgono 21 grammi?"
Alejandro González Iñárritu, giovane regista messicano, cerca di farsi delle domande e attraverso le sequenze del suo film lascia al fruitore le possibili risposte. Amores perros21 grammi sono due pellicole in cui  a fare da padrone è il caso; esiste il caso, o meglio è davvero un caso tutto ciò che accade o una necessità? Quando le vite si intrecciano forse il corso naturale degli eventi subisce una sterzata; le traiettorie assumono forme inattese senza che nulla intorno apparentemente cambi; Iñárritu racconta attraverso un montaggio con bruschi tagli ciò che la vita non rispetta mai: la consequenzialità. I futuri possibili sono raggomitolati in una comune maglia nella quale i protagonisti si trovano loro malgrado immersi; una tela di ragno in cui gli esili fili che vengono tessuti si spezzano casualmente fino a formare un’ulteriore tela. Ogni cosa è ineluttabilmente legata al suo contrario; il piacere è inestricabilmente legato al dolore e, diventando dialettica, cala giù per le fenditure dell’anima come un coltello affilato che aprendo la carne lascia sgomenti. Si fa spazio l’eventualità, ancora una volta. Quella che una mattina ci strattona via dall’ordine in cui ognuno di noi crede di essere al sicuro. Quando lo scenario cambia, i protagonisti di Iñárritu diventano dei naufraghi in preda a situazioni-limite; non c’è mai tempo per la riflessione; loro non possono permettersela; l’unico pensiero che possono inseguire è la loro stessa azione; e allora procedono verso la speranza di poter rimediare, hanno un disperato bisogno di redenzione terrena; comprendono che quei 21 grammi che materialmente ognuno di noi maneggia ogni giorno, hanno un peso insopportabile; quello di non essere padroni di niente. Quale è il peso della morte-in-vita per chi resta? E quanto si guadagna quando si è i responsabili? Esiste la compensazione?

Questo post è una suggestione, con una dedica ad una mia cara amica...




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27 maggio 2007

ELIO PETRI - ATTO PRIMO

 
  

La giustizia è un bene di lusso; se uno se la può permettere allora ne può anche parlare; ci può giocare, si può divertire e inventare piste e moventi; può parlare liberamente in pubblico e in privato perché sa di essere al di sopra di ogni sospetto. Il film di cui oggi parlo è di Elio Petri; un film che consiglio vivamente a quanti ancora non hanno avuto la fortuna di vederlo; un film che insegna tante cose; prima fra tutte: che gli anni passano ma che gli impuniti restano. Il protagonista è il Dottore, uno straordinario e raggiante Gian Maria Volontè, che uccide Augusta Terzi, la sua amante, che resterà la voce della sua coscienza malata per tutto il film. Lei sapeva quale fosse la vera natura del Dottore; un uomo debole che viveva la sua professione (lui era a capo della sezione omicidi) in modo sadico e insano; amava la violenza sotto ogni sua forma; ha ucciso la sua amante perché l’unico modo per non sentirla più parlare era quello di tagliarle la gola. Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto è un assioma, perfettamente riuscito, secondo cui l’assassino, uomo delle istituzioni corrotto e senza scrupoli, non potrà mai venire indagato in alcun modo; ma cosa si intende per “al di sopra di ogni sospetto”? Non che è rispettabile perché è un cittadino che conduce una vita onesta ma perché è un notabile. Il film è girato negli anni settanta; la tensione politica e sociale era altissima. Niente in comune con la nostra contemporaneità…dove chi viene accusato e non ha i mezzi per difendersi, viene immediatamente rilasciato per mancanza di prove. Mica ti tengono in galera e ti marchiano per il resto della vita. Niente in comune con il nostro attuale sistema giudiziario dove tutti i cittadini sono uguali davanti alla Legge e dove c’è un’equa distribuzione della pena e soprattutto la certezza che tale pena venga scontata. In effetti da questo punto di vista, il film di Petri è inattuale….molto. Il Dottore che viene ad un certo punto promosso a capo dell’Ufficio Politico, fa di tutto per essere scoperto e per dimostrare come il potere continui ad ignorare gli indizi della sua colpevolezza; quello stato che è preposto a reprimere, di cui tanto bene parla il Dottore, è assolutamente idiota e nelle maglie di fitta connivenza ci si può perdere, quando e come si vuole, se se ne fa già parte, è ovvio. “Dietro ogni criminale c’è un sovversivo e dietro ogni sovversivo c’è un criminale”: questo ciò che dice il Dottore per sedare le manifestazioni di piazza e per discutere di ordine pubblico. Sul finire del film, con una splendida colonna sonora di Morricone, il Dottore preso da un delirio di onnipotenza, decide di confessare tutto dimostrando come abbia ripetutamente cercato di farsi scoprire senza ottenere risultati. In un finale immaginifico, il Dottore comprende solo che la coscienza può diventare un teatro infernale e che il potere non ti assolve mai del tutto. Al banchetto finale partecipano tutti, libagioni avvelenate e vite innocenti sacrificate, e la voce di Augusta Terzi è solo un ricordo lontano.




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25 maggio 2007

ALINA MARAZZI - ATTO PRIMO






Il dolore gioca sempre brutti scherzi; questo incessante desiderio di sapere, di cucire e rammendare ciò che i ricordi tendono a sfaldare…come fa una bambina di soli sette anni a spiegarsi la morte della propria mamma? Ci prova, magari procede determinata negli studi e nelle relazioni ma i cassetti e i vecchi armadi saranno preziosi ricettacoli di tesori nascosti; così Alina Marazzi si avvicina all’idea del suo film-documentario “Un’ora sola ti vorrei”; un giorno qualunque scopre nell’armadio del nonno delle scatole contenenti materiale fotografico, video in super8 e vecchi diari e lettere della madre, venuta a mancare giovanissima in tragiche circostanze. C’è chi dice che attraverso il corpo della madre abbiamo la mappa di noi stessi; c’è chi dice che il contatto tra madre e figlio sia essenziale alla vita futura del bambino. Quando mi sembra che sia vero, mi vengono in mente tante persone che la mamma l’hanno perduta quando erano troppo piccoli e che la vita se la sono zappata, come si suol dire, al pari di tanti altri più fortunati. Se un languore tuttavia si può far tacere…perché non farlo? Alina Marazzi c’è riuscita egregiamente e il suo film è la prova della fortunata coincidenza che l’arte riesce a donarti: quella di poter lavorare su te stesso producendo un ottimo risultato. “Un’ora sola ti vorrei” è il percorso che la Marazzi ci offre attraverso vecchie foto private, lettere aperte ma mai collegate, e filmati in super8; la voce in sottofondo si alterna; parlano solo Alina e la mamma. Per una malattia nervosa, la madre di Alina si allontana dalle figlie piccole e dal marito per ricoverarsi in una clinica. Le lettere hanno un tono davvero doloroso e al contempo amichevole su come una giovane, bella e fragile donna, si sente inchiodata e mangiata suo malgrado dalla depressione. Non riesce a uscirne e all’età di 33 anni si toglierà la vita. Come ho letto in un paio di recensioni al film, si parla della figura della madre come di una borghese annoiata che si ammala; cerchiamo di avere un po’ di rispetto e di fare meno i provinciali; la depressione infatti è una brutta bestia. Ciò che mi stupisce sono invece le parole della Marazzi in un’intervista in cui dice di essersi emozionata nel vedere la pellicola su grande schermo….era come se una piccola storia privata potesse interessare tutti universalmente. Ognuno di noi penso abbia attraversato quella selva interiore nella quale si affonda per una separazione; quando si comprende davvero di essere soli. Non credo che la regista abbia voluto esprimere un giudizio ma in certo qual modo ha voluto ricucire la sua mappa, ritrovare il sentiero del ritorno; un lavoro bellissimo e per niente scontato dove Alina Marazzi risulta essere una giovane e brillante promessa del cinema italiano contemporaneo.


Il secondo atto lo trovate qui con un'intervista alla documentarista.




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14 maggio 2007

SOKUROV - ATTO PRIMO



All’inizio c’era un albero…un albero autunnale; aveva perso le foglie ma portava dei frutti lasciati per gli uccelli d’inverno. Nevicava. Apparvero strane nuvole, come fosse estate, non autunno. Il cielo era scuro e profondo. Si udiva il tuono. C’era movimento sopra l’acqua, c’erano uccelli che volavano probabilmente senz’altra ragione che la sola bellezza. 
Si apre con queste parole l’Elegia della traversata di Aleksandr Sokurov, un ulteriore tassello del suo vasto e sfaccettato mosaico artistico. Diretto nel 2001, ha una forma documentaristica ma, a differenza delle altre elegie iniziate nel 1986, risente del peso della visionarietà. Poesia allo stato puro, è un capolavoro della cinematografia russa contemporanea. Elegia della traversata è un lungo viaggio spirituale attraverso un sogno ad occhi aperti; un sogno lucido dove le immagini non conoscono la successione del prima e del poi e la realtà si piega al ricordo. È girato quasi tutto in soggettiva e solo giunti quasi al termine, si intravede il protagonista; ma la presenza umana non è importante; è ciò che ci dona la macchina da presa accompagnata dalla voce dello stesso Sokurov ad essere fondamentale. La scelta registica è quella che Sokurov adotta per altre sue pellicole: effetti flou e nebbia che rendono la visione mobile, indefinibile, quasi ammantata da una perpetua foschia. La sua elegia della traversata comincia con l’immagine di un albero autunnale che porta i frutti per l’inverno. Quelli che Sokurov rappresenta sono sempre alberi in preda ad un forte vento, che tuttavia resistono e che accolgono il naturale mutare delle stagioni; pensiamo all’altro capolavoro che è Madre e figlio (a cui sarà il caso di dedicar un altro post) e agli scenari naturali deformati dalla macchina da presa. Un’idea quella del rapporto tra uomo e natura molto caro a Sokurov; l’uomo interrogante nei confronti della natura e in particolare della terra risente della frattura e dell’alienazione storicamente vissuta. Nell’Elegia lo sguardo sugli elementi naturali è gentile, come i fiori d’arancio che ad un certo punto il protagonista accarezza nella speranza che gli indichino dove sta procedendo il suo viaggio. Il sogno è per Sokurov il percorso del suo passato, gelido antro attraverso cui i fotogrammi si rincorrono e si spezzettano in rapidi flash-back per tornare in seguito. Lo sguardo vola e plana verso città familiari ormai disabitate; ripercorre i volti e gli occhi intercambiabili dei militari russi che ha già conosciuto; si trova inaspettatamente accanto a un monaco che lo porta all’interno di una chiesa dove si sta celebrando un battesimo; ed è qui che il regista comincia ad interrogarsi sul perché del suo viaggio: perché Cristo si sente abbandonato dal padre sulla croce? E perché, di fronte al suo sacrificio, chi è all’interno di una Chiesa ha comunque il cuore freddo? La risposta non arriva e Sokurov procede. Incontra un uomo, in desolato bar olandese: Vedo ogni essere umano come un uguale. C’è stato un periodo in cui pensavo di sapere tutto, di essere un dio. Per questo mi sono perso. Ero consapevole di cosa siamo capaci, ma dimenticavo che ciò di cui siamo capaci lo dobbiamo compiere rispettando gli altri. Gli altri esseri umani. Luce lunare, calore delle pietre, un faro intermittente; siamo su un’isola? La solitudine è la consapevolezza di essere guidati da qualcosa o qualcuno? Muri freddi di un casale abbandonato; c’è buio; i passi sono lenti e alla fine delle scale si trovano dei quadri alle pareti; uno in particolare è una cornice vuota; lo sguardo si ferma, sta forse perdendo qualcosa di importante? Si volta. Un mulino sopra un’isola; una fortezza sopra un lago; ci sono persone sedute su una barca con un sottofondo di voci convulse. Stanno seduti lì da una vita intera e questa sera è il loro giorno eterno. In fondo a una stanza trova la Torre di Babele, una visione del mondo o la vita stessa? La libertà o il desiderio di una gabbia? Tra Brueghel, Saenredam, Seghers, Bakhuyzen Van Gogh il viaggio assume un senso proprio all’esistenza di ognuno. L’arte ancora una volta è chiamata come la forma suprema del pensiero interrogante. Con la sensazione di non essere mai soli, Sokurov racconta come l’unica voce fuori campo rimane quella della coscienza di ognuno; e che quando la visione si apre non possiamo fare più finta di niente sebbene la nostra vita sembri, in certi momenti, lasciata a se stessa; chi si appresta ad una partenza o è nel bel mezzo della sua traversata lo sa.

 

[Questo post è stato ispirato ed è dedicato a tutte quelle persone che passeggere o spettatrici, sanno che si può vedere anche lontano. In particolare a Nicola perchè col vento dei suoi mulini accompagna le riflessioni di questo blog…ogni volta, ad Anthony che col suo esprit de finesse eleva l’occhio e l’anima, a Gabbiano Azzurro perché le sue ali ogni tanto me le ha donate quando la vita mi ha schiacciato al suolo, alla giovane Alu che sa come l’essenziale sia invisibile agli occhi, a DC e agli opificisti che sanno quanto la scrittura possa diventare un’interminabile traversata, a Dorian animo curioso e gentile, a Irene che ha incontrato l’Amore, a sempreIo preziosa amica che sento sempre accanto, a spaziozero che tra piazze stradine e vicissitudini incontro spesso sorprendendomi ogni volta, a LaBruna che prosegue il suo viaggio orgogliosamente, a fortezzabastiani perché il faro nella sua isola è sempre illuminato, a mioblog che conosce il desiderio di lande lontane, a spaziaperti che crede nell’inesistenza dei confini come me, a marvin che sa la differenza tra vero e falso, a dreca che viaggia in acque familiari, al caro caf infaticabile e generoso amico, ad aradia e alle sue battaglie (che sono anche le mie), a lazzaro e a komsomol blogger vitali e impegnati, a notebianche e alle sue giostre, ad ombra e alla sua ironica intelligenza, al simpatico bokkaglio un’isthedu e uno anche ad arma, a E=mc2 nuova scoperta, a tutti gli altri link e blogger-amici della mia lista e a quelli che da queste parti si fermano poco, a tutti quelli che viandanti passano qui silenziosamente …con affetto sincero….a tutti Voi dico GRAZIE; perché domani 15 maggio questo blog festeggia il primo mese di vita e a giudicare dalle frequentazioni e dai contatti giornalieri vuol dire che qualche ponte sono riuscita a costruirlo anch’io. Spero che questo viaggio prosegua  in Vostra compagnia]




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30 aprile 2007

MAR ADENTRO

Mare dentro (2004)

di  Alejandro Amenábar

Simbolicamente l’acqua è inizio di tutte le cose; l’acqua è ventre , è madre, è nascita, è simbolicamente eros. L’acqua è generazione allora di qualcosa che prende avvio e che dentro di essa si nutre. Questo quando il soggetto della propria vita è consapevolmente immerso e dall’acqua si fa “battezzare” e cullare. I moti dell’anima non sono però quelli in cui siamo immersi ma quelli che ci immergono; l’emotività nella sua totalità è qualcosa che ci possiede fino a prendersi tutto di noi stessi, fino a scuoterci, come fosse un mare dentro; tiepido o burrascoso questo non possiamo stabilirlo. I moti delle maree non si possono controllare. Avete mai pensato a quante onde e risacche in questo istante si rifrangono sulle rocce o violente seppelliscono qualche pezzo di spiaggia che prima sopravviveva? Ecco che la forza generatrice dell’acqua si ribalta nel suo contrario; ecco come si assiste, nella pellicola di Amenábar, al declino di un’esistenza che nell’acqua per caso intravede tutto il futuro. La storia si basa su un fatto di cronaca realmente avvenuto: il protagonista è Ramon Sampedro che, a seguito di un incidente resta paraplegico; l’incidente è appunto casuale e altamente simbolico al contempo perché consente al regista la possibilità di scegliere l’acqua come metafora della vita stessa; un grande apeiron entro il quale si gioca la sorte crudele di Ramon visualizzata in forma circolare. Nell’acqua Ramon ha l’incidente: cade e sbatte la testa ad uno scoglio; perde conoscenza e per un attimo (il regista così fa intendere) galleggia e osserva il fondale; osserva la sospensione del proprio corpo e la distanza tra se stesso e il fondo muto. Quando viene tirato su, la sua esistenza si trasforma in qualcosa d’altro; il fondo muto è l’indistinto; è la caducità della sorte; è l’imprevisto che ti coglie un giorno qualunque e ti ribalta tutto nel suo contrario. Così è andata per Ramon; da attore a spettatore di una vita che prende un’altra direzione, una vita che forzatamente gli impone un’altra prospettiva. Ramon dopo l’incidente diventa infermo e il film racconta cosa vuol dire avere il “mare dentro”. Lo spazio e il tempo per Ramon Sampedro diventano due categorie estremamente sfilacciate; ciò che prima si concretizzava nel fare ora invece è trasformato nel non-fare; ciò che prima era considerato il luogo dell’agire, il mondo e tutte le sue direzionalità, ora è un letto. Il tempo diviene esclusivamente il tempo dell’interiorità; lo spazio solo quello dei suoi pensieri. Mare dentro è una pellicola intensa e struggente sul dolore umano ma soprattutto sull’eventualità; sull’imprevisto che ci coglie impreparati: quello che ci mette di fronte a cose a cui non avremmo mai voluto pensare … per esempio alla dignità del vivere e del morire. Amenabar non pare prendere posizione a riguardo; si limita a raccontare una storia, forse come tante, fatta di sofferenza e sogno, di impossibilità e rimpianti, ma è pur sempre una storia: la storia di un uomo che alla fine decide di morire. Una poetica eccezionale quella di Amenabar che ci ha regalato bellissimi cammini spirituali e crudeli al contempo. Da Tesis ad Apri gli occhi a The Others, percorsi molto diversi ma con una cifra comune, quella della dicotomia costante tra noi e noi stessi che a volte sono Altri o semplici incubi. È pur vero che il mare dentro appartiene un po’ a tutti i protagonisti di Amenabar e, come davanti ad uno specchio d’acqua, capiamo ad un tratto che fa parte anche di noi.




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BLOGGER CONTRO OGNI FORMA DI FASCISMO E RAZZISMO
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“Ho sempre sentito dire che i santi sono necessari alla nostra salvezza,
Loro non si sono salvati
Chi te l'ha detto?
E' quello che sento dentro di me
Cosa senti tu dentro di te?
Che nessuno si salva, che nessuno si perde
E' peccato pensare così
Il peccato non esiste, c'è solo morte e vita
La vita è prima della morte
Ti sbagli, Baltasar
la morte viene prima della vita, è morto chi siamo stati, nasce chi siamo, è per ciò che non moriamo per sempre [...] noi non sappiamo abbastanza chi siamo, eppure siamo vivi, 
Blimunda, dove hai imparato queste cose?
Sono stata ad occhi aperti nel ventre di mia madre, da lì vedevo tutto”
[Saramago, Memoriale del convento]

Quando Blimunda, la magnifica protagonista delle pagine di Saramago, è a digiuno riesce a vedere dentro le cose.
Perchè Blimunda sa che la veggenza è un dono inconsapevole. Blimunda osserva e ascolta, come un’anima antica vede. E sa che la morte e la vita sono legati come il declino e l’amore. Il dono di Blimunda nel post-moderno è paradossalmente il racconto di quello che non c’è, osservando e raccogliendo “immagini altre” per fermare l’inevitabile: la fine di tutte le cose. E chissà come saranno le immagini viste e quelle sognate o desiderate. Saranno a tratti potenti e sovente melanconiche. Il digiuno di Blimunda è qui inteso metaforicamente come ricerca della verità...una sottrazione costante, impietosa.  La verità è un fondo neutro dove le immagini restano intatte senza essere intaccate dal Chronos saturnino oppure...oppure ci sono delle soglie che aspettano di essere varcate. Coltiverò questo spazio come fosse un giardino, il mio.

Siete i benvenuti!


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queste guance gonfie di rose,
e queste bocche che si ritraggono
al tocco delle mie dita.
La bottega danza e si espande,
sconcertante gioco al massacro.
Siate rocce, siate la frase
Che trema sulla bocca di un uomo
Che vacilla nel suo pensiero.
[Antonin Artaud, Bottega dell’anima]
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