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25 giugno 2008

anima e dintorni



"Esiste uno stato di riposo in Dio, di totale sospensione di ogni attività della mente, nel quale non si possono più tracciare piani, né prendere decisioni, e nemmeno far nulla, ma in cui, consegnato tutto il proprio avvenire alla volontà divina, ci si abbandona al proprio destino.
Questo stato un poco io l'ho provato, in seguito a un'esperienza che, oltrepassando le mie forze, consumò totalmente le mie energie spirituali e mi tolse ogni possibilità di azione. Paragonato all'arresto di attività per mancanza di slancio vitale, il riposo in Dio è qualcosa di completamente nuovo e irriducibile. Prima, era il silenzio della morte. Al suo posto subentra un senso di intima sicurezza, di liberazione da tutto ciò che è preoccupazione, obbligo, responsabilità riguardo all'agire. E mentre mi abbandono a questo sentimento, a poco a poco una vita nuova comincia a colmarmi e - senza alcuna tensione della mia volontà - a spingermi verso nuove realizzazioni.
Questo afflusso vitale sembra sgorgare da un'attività e da una forza che non è la mia e che, senza fare alla mia alcuna violenza, diventa attiva in me. Il solo presupposto necessario a una tale rinascita spirituale sembra essere quella capacità passiva di accoglienza che si trova al fondo della struttura della persona".
[Edith Stein, Causalità psichica]


"L'anima in quanto 'castello interiore', come l'ha chiarito la nostra S.Teresa d'Avila, non è puntiforme come l'io puro, ma è uno spazio, un castello con molte abitazioni, dove l'io si può muovere liberamente, andando ora verso l'esterno, ora ritirandosi sempre più verso l'interno. [...] L'anima non può vivere senza ricevere. Essa si nutre infatti dei contenuti che accoglie spiritualmente, vivendoli".
[Edith Stein, Essere finito ed Essere eterno]


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27 ottobre 2007

Sylvia Plath

Una poetessa di straordinaria profondità, è stata una donna che ha vissuto le lacerazioni dello spirito come una ferita costante e crudele; le sue parole ancora riecheggiano come il simbolo del movimento femminista degli anni '60. Voglio ricordare Sylvia Plath con l'ultima poesia scritta una settimana prima di morire.

  

ORLO
La donna è infine perfetta.
Il suo corpo
Morto porta il sorriso del compimento
L’illusione di una greca necessità
Fluisce, nelle pieghe della sua toga,
I suoi piedi
Nudi sembrano dire:
Abbiamo camminato tanto, è finita.
Ogni bimbo morto, riavvolto, bianco serpente
Uno ad ogni piccola
Brocca di latte, ora vuota
Li ha piegati
Di nuovo nel corpo di lei come petali
Di una rosa si chiudono quando il giardino
S’intorpidisce e odori sanguinano
Dalle dolci, profonde gole del fiore notturno.
La luna non ha nulla di cui essere triste,
fissando dal suo cappuccio di osso
è abituata a questo tipo di cose.
Le sue macchie nere crepitano e tirano.

E visto che Arfasatto mi fa dono nei commenti della splendida Ariel, gliela restituisco letta dalla voce di Sylvia Plath....




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17 ottobre 2007

Omaggio a Ingeborg Bachmann

Il 17 ottobre del 1973 si spegne a Roma la grande Ingeborg Bachmann, poetessa, scrittrice e giornalista austriaca. Può essere considerata una delle esponenti più significative del panorama culturale novecentesco.

 

 Il compito dello scrittore non può consistere nel negare il dolore, nel nasconderne le tracce, nel far nascere illusioni su di esso. Per lui, anzi, il dolore deve essere vero e deve essere reso tale una seconda volta, cosicché noi possiamo vederlo. Tutti, infatti, vogliamo diventare vedenti. E solo quel dolore nascosto ci fa sensibili all'esperienza e soprattutto all'esperienza della verità. Quando siamo in questo stato in cui il dolore diventa fertile, stato che è insieme chiaro e triste, noi diciamo, molto semplicemente, ma a ragione: mi si sono aperti gli occhi. E non lo diciamo perché abbiamo davvero percepito esteriormente un oggetto o un avvenimento, ma proprio perché comprendiamo ciò che non possiamo vedere. E l'arte dovrebbe portare a questo: far sì che, in tal senso, ci si aprano gli occhi

[Si deve pretendere la verità, 1959]



                                          




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21 giugno 2007

Heraclitus

  L'armonia invisibile è una sfera perfetta e incontaminata. Quella visibile, invece, si deforma continuamente sotto il peso della realtà.

La giustizia è perpetua contesa, gioco dei contrari che opposti e concordi generano bellissima armonia. Secondo Eraclito tutto scorre e non ci si può bagnare nello stesse acque per due volte come non si può toccare due volte lo stessa sostanza mortale pensando di trovarla nello stesso stato. Ecco che gli uomini che ascoltano il Logos, comprendono che tutto è uno. Tuttavia del Logos, che è il Principio, gli uomini non ne hanno intelligenza; spesso odono ma non intendono, come i sordi, vivendo come in un sogno. L’elemento fisico che Eraclito individua come principio di tutti gli altri è il Fuoco, destabilizzante forza creatrice e distruttrice che trasforma le cose e le muta e trasmuta nel loro contrario.




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11 giugno 2007

del simposio



Dedico alcuni passi del Simposio di Platone a tutti quelli che amano inconsapevolmente, che si struggono senza trovare un perché, che hanno avuto il dono di aver intravisto o riconosciuto una metà, a tutti voi…perché so che ognuno saprà distinguere.


FEDRO: E' un gran dio l'Eros, un dio che merita tutta l'ammirazione degli uomini e degli dèi per diverse ragioni, non ultima la sua origine. E' annoverato tra i più antichi dèi, e questo, aggiunse, è un onore. Di questa antichità abbiamo una prova: l'Eros non ha né padre né madre, e nessuno, né in poesia né in prosa, glielo ha mai attribuito. Esiodo ci dice che innanzitutto vi fu il Caos, "e la Terra dall'ampio seno, / sicura sede per tutti i viventi e l'Eros...
E, in accordo con Esiodo, anche Acusilao dice che dopo il Caos sono nati questi due esseri, la Terra e l'Eros. Quanto a Parmenide, parlando della generazione dice che "di tutti gli dèi, l'amore fu il primo che la dea partorì".
[…]
PAUSANIA: Ora chi si comporta male è…l'amante volgare, che ama il corpo più che l'anima. Non ha costanza, perché l'oggetto del suo amore è incostante. All'affievolirsi della bellezza del corpo che ama, egli "s'invola e va via", e tradisce senza vergogna alcuna tante belle parole, tante promesse. Ma chi ama il carattere di una persona per le sue alte qualità, resta fedele tutta la vita perché il suo amore riposa su qualcosa di costante. Le nostre regole si propongono di mettere gli uomini alla prova della serietà e dell'onestà, perché si ceda agli uomini che valgono e si fuggano gli altri. Incoraggiano quindi a sceglier bene tra il cedere e il fuggire, creando delle prove che permettano di riconoscere di che natura sia l'amante, di che natura sia la sua anima.
[…]
Poco dopo interviene ARISTOFANE che racconta il mito dell’androgino, un mito originario per spiegare cosa significa l’Amore. Platone, per bocca di Aristofane, racconta di esseri sferici che camminavano e correvano simili ad acrobati.
Avevano quattro mani, quattro gambe, due volti su un collo perfettamente rotondo, ai due lati dell'unica testa. […] La loro forma e il loro modo di muoversi era circolare, proprio perché somigliavano ai loro genitori. Per questo finivano con l'essere terribilmente forti e vigorosi e il loro orgoglio era immenso. Così attaccarono gli dèi e quel che narra Omero di Efialte e di Oto, riguarda gli uomini di quei tempi: tentarono di dar la scalata al cielo, per combattere gli dèi.
Fu allora che Zeus, indispettito decise di indebolirli tagliandoli a metà.
E così evidentemente sin da quei tempi lontani in noi uomini è innato il desiderio d'amore gli uni per gli altri, per riformare l'unità della nostra antica natura, facendo di due esseri uno solo: così potrà guarire la natura dell'uomo. Dunque ciascuno di noi è una frazione dell'essere umano completo originario. Per ciascuna persona ne esiste dunque un'altra che le è complementare, perché quell'unico essere è stato tagliato in due, come le sogliole. E' per questo che ciascuno è alla ricerca continua della sua parte complementare. […]Queste persone - ma lo stesso, per la verità, possiamo dire di chiunque - quando incontrano l'altra metà di se stesse da cui sono state separate, allora sono prese da una straordinaria emozione, colpite dal sentimento di amicizia che provano, dall'affinità con l'altra persona, se ne innamorano e non sanno più vivere senza di lei - per così dire - nemmeno un istante. E queste persone che passano la loro vita gli uni accanto agli altri non saprebbero nemmeno dirti cosa s'aspettano l'uno dall'altro. Non è possibile pensare che si tratti solo delle gioie dell'amore: non possiamo immaginare che l'attrazione sessuale sia la sola ragione della loro felicità e la sola forza che li spinge a vivere fianco a fianco. C'è qualcos'altro: evidentemente la loro anima cerca nell'altro qualcosa che non sa esprimere, ma che intuisce con immediatezza. […]Noi formiamo un tutto: il desiderio di questo tutto e la sua ricerca ha il nome di amore.




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21 maggio 2007

sulla complessità



Essere semplice significa avere una sola piega. Cioè quando si è preso un verso lo si segue senza scorciatoie e inganni durante il percorso. Essere complessi invece significa avere un’infinità di pieghe; pensiamo ad ognuno di noi ed alle forme geometriche che prendono le nostre passioni e a ciò che disegna nell’aria un nostro gesto, una nostra parola. La realtà e il suo mostrarsi a noi attraverso la conoscenza che ne abbiamo è semplice o complessa? È un foglio piegato una sola volta e per sempre oppure è invece un origami bellissimo e modulare? L’arte giapponese dell’origami (piegare la carta appunto) ci apre la strada per un’interpretazione della realtà e di quello che vediamo molto affascinante e seria al contempo. Per fare un origami ci vuole un unico pezzo di carta; in genere si parte da una base quadrata che, piegata ripetute volte, assume le forme più diverse. Le mani pensano e attraversano le venature del foglio per costruire una nuova forma; è la matematica che diventa arte; espressione di pace, dono e dedizione; una forma di meditazione.
Allora la realtà è complessa certo; come un origami si piega infinite volte a formare gru votive o magnifiche forme perfettamente compatte. Esiste un ordine nella piega ma non nel suo risultato; la creatività e le infinite forme ne danno conferma; chi si ferma alla prima piega o taglia la carta non riesce ad assaporare quanta bellezza esiste nella scoperta e nella conoscenza che si può avere del mondo.




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9 maggio 2007

intra-visti


DOLLS - KITANO


FERRO 3 - KIM KI DUK

Immaginiamo che lo sguardo sia “come il frugare nel buio di un occhio spirituale il quale cerca di mettere a fuoco la sua visione, nel momento che questo fuoco è raggiunto, ecco, l'oggetto è epifanizzato. E' appunto con l'epifania che si tocca il terzo, il supremo stadio della bellezza [...].l'anima, l'identità di un oggetto balzano verso di noi, fuori dai veli dell'apparenza. L'anima dell'oggetto più comune, la struttura del quale ha preso così forma, è stata così calettata, ci appare radiante. L'oggetto compie la sua epifania” [Joyce]. Eccedere il tempo. In un istante. Siamo noi a eccedere o è l’istante ad essere epifanico? C’è un rilievo nello sguardo …. Quel particolare sguardo dell’amante per esempio verso l’amato che lo porta fuori dal tempo. È lo sguardo dell’amante che salva se stesso e l’occhio dell’amato. Secondo Sartre invece lo sguardo altrui pietrifica, ci deruba in qualche modo di ciò che è il segreto del nostro stesso essere; è l’altro a possedere il fondo di noi stessi; ecco perché non ci apparteniamo mai…ecco perché lo iato tra noi e noi stessi…la distanza incolmabile…gli interstizi del nostro essere sono aperture al nulla. Lo sguardo d’amore per Sartre è il tentativo di possedere la libertà altrui…una condanna simile a  quella della nostra libertà… Secondo Levinas invece il volto altrui non è un baratro ma al contrario ci richiama alla responsabilità e al rispetto. Il volto è un monito etico radicale. Il voltò è una totalità; è quello che ci ferma, ci inchioda; è un’eterna domanda; è la nostra salvezza etica. È lo sguardo dunque a portarci fuori dal tempo ed è il volto dell’altro a mostrarsi in tutta la sua irriduciblità.




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7 maggio 2007



 
"Nel regno dei fini tutto ha un prezzo o una dignità. Il posto di ciò che ha un prezzo può esser preso da qualcos’altro di equivalente; al contrario ciò che è superiore a ogni prezzo, e non ammette nulla di equivalente, ha una dignità" (Kant)

Lascio a voi i commenti.




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23 aprile 2007


Che ci piaccia o no, siamo noi la causa di noi stessi. Nascendo in questo mondo, cadiamo nell'illusione dei sensi; crediamo a ciò che appare. Ignoriamo che siamo ciechi e sordi. Allora ci assale la paura e dimentichiamo che siamo divini, che possiamo modificare il corso degli eventi [Giordano Bruno]




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20 aprile 2007

ESSERE DUE


Lasciar essere l’altro, possederlo per niente, contemplarlo come una presenza irriducibile, assaporarlo in quanto è un bene inappropriabile, vederlo, ascoltarlo, toccarlo, sapendo che ciò che percepisco non è mio. Sentito da me, pur rimanendo altro, mai ridotto a un oggetto. Ricevuto senza che nessuno(a) rinunci a sé, se non nell’abbandono a essere custodita(o) dall’altro. Quasi nessuna traccia di esteriorità sussiste in questa condivisione, a parte una memoria fedele, e, forse un’alleanza.  [Luce Irigaray]




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19 aprile 2007

8 aprile 2004

Caro Prof. C.,

È da tempo che avrei voluto scriverle alcune righe. Forse un po’ per imbarazzo e un po’ per non disturbarla non l’ho mai fatto. Oggi però, dopo averla vista, il mio cuore mi ha spinta oltre la ragionevole riservatezza. Sono felice che abbia voluto incontrarmi. Prendo coraggio e inizio. Da quando Lei è andato via da quell’ameno posto che è l’istituto di filosofia, i corridoi sembrano più grigi. Preferisco a volte non passare da quelle parti per evitare incontri spiacevoli. Sono stata fortunata caro Professore perché nel mio breve cammino l’ho incontrata e la sua umanità mi ha insegnato quello che nei libri non si riesce a trovare. Credo di doverglielo dire perché tengo molto che lei lo sappia. Una tranquilla e solida carriera a volte fa perdere di vista ciò che della vita e della filosofia è importante: la ricerca di un senso. In questi anni ho riflettuto soprattutto sull’uomo che su sterili esercizi di stile e credo che, nel mio piccolo, continuerò a farlo. In questi anni ho avuto il suo esempio: grande rettitudine morale, generosità d’animo e, non ultimo, rigore scientifico. È in persone come lei che secondo me la filosofia cresce e si coltiva. La filosofia di cui tanti si riempiono la bocca e che invece sgorga dal profondo dell’animo umano; l’autentico amore per la sapienza è quello che Lei mette in pratica ogni giorno in ogni suo gesto, senza timore. Se la filosofia deve essere al servizio degli uomini che non vogliono altro che il potere non resterebbe molto di cui discutere. Invece bisogna lottare. Tenere i denti stretti e le proprie idee ben salde e dire no. Bisogna dire no a chi pensa che fregiarsi del titolo di professore comporti l’auto-proclamazione a filosofo. Non è questo che insegna Platone e non è questa la ricerca della verità di cui bisognerebbe occuparsi un po’ di più. All’Università manca la serietà. Ormai non si parla più del dibattito contemporaneo, dello stato di avanzamento delle proprie ricerche ma si pensa piuttosto a dirimere piccole controversie inutili e noiose. Pur tuttavia quando sono sul punto di abbandonare mi torna in mente Lei. La sua passione equilibrata e il suo impegno nell’affrontare le cose. Così raccolgo le forze e vado oltre. Ci sono spazi immensi e lande inesplorate del sapere che riescono a dare un grande senso di libertà. È il pensiero che riesce a salvarmi? O forse la consapevolezza di non aver mai fatto abbastanza; come un languore che non acquieta mai lo spirito. In questo periodo ho riletto le intense pagine di Bonhoeffer del suo Resistenza e resa e mi sono soffermata sulla commovente poesia Voci notturne a Tegel

 

Disteso sul mio tavolaccio

fisso la grigia parete.

fuori una sera d’estate

che non mi conosce,

cantando va per la campagna

Dormite un poco,

corpo e anima stanchi, stanco capo, stanca mano.

Odo la mia anima tremare e agitarsi

muti pensieri notturni.

Muto è il coro,

teso il mio orecchio:

“Noi vecchi, noi giovani,

noi figli di tutte le lingue,

noi forti, noi deboli,

noi che dormiamo, noi che vegliamo,

noi poveri, noi ricchi,

eguali nell’infelicità, noi buoni, noi cattivi,

comunque siamo stati,

noi uomini dalle molte cicatrici,

noi testimoni, noi caparbi, noi scoraggiati,

noi innocenti e noi gravemente accusati,

noi duramente tormentati dalla lunga solitudine,

fratello, te noi cerchiamo, noi chiamiamo te.

Fratello m’odi tu?”

Disteso sul mio tavolaccio

Fisso la grigia parete. Fuori una mattina d’estate

che non è ancora mia

Giubilando va per la campagna.

Fratelli, finché dopo la lunga notte

non spunti il nostro giorno,

restiamo saldi.

 

Credo sia uno dei passi più accorati e toccanti di Bonhoeffer. La lunga notte della prova ha sempre in serbo una mattina d’estate. La speranza accompagna l’uomo nel sentiero impervio che a volte la vita ci prepara in modo imprevedibile. È forse l’amore a sorreggerci in momenti simili? L’amore che supera e scardina le distanze e che sa ascoltare il dolore. L’amore incondizionato di un figlio che sa assistere in silenzio.

Per quel poco che importa, vorrei che sapesse che le sono vicina. Sono certa che avremo modo di parlare ancora tante volte e quando ricorderemo questi mesi difficili, quella mattina di sole avrà già asciugato tutte le tristezze. Nel frattempo restiamo saldi.

 

Con affetto sincero,

al mio Maestro

che della filosofia ha fatto il suo stile di vita.

 

 

Dopo questa lettera, la vita concesse al mio Maestro un’altra estate. Il 6 dicembre dello stesso anno ci abbandonò; era davvero stanco e il male che lo aveva colto un anno prima gli aveva già regalato tanti mesi in più rispetto alla diagnosi. In quei mesi andai a trovarlo spesso; concedeva di esser visitato solo a pochissime persone; sono stata davvero fortunata a potergli stare vicino e a respirare fino infondo cosa vuol dire la sofferenza che ti trasforma l’esistenza. La sua malattia e la sua scomparsa sono state una frattura insanabile; tra me e la certezza che i puri di cuore a volte vengono salvati; tra me e l’indifferenza e la solitudine in cui è stato abbandonato un uomo straordinario. Il potere fagocita tutto, mercifica davvero qualsiasi cosa gli capiti sotto mano; e l’università, fedele serva di questo multiforme potere, assume un posto di rilievo. Anche quando si tratta di filosofia, anche quando si tratta di uomini che hanno dato 30 anni di vita al servizio di un’istituzione con alti valori scientifici. Penso infine che siamo davvero uomini vuoti se prima di guardare l’Altro come un nostro fratello, pensiamo alle risorse economiche da reinvestire. Penso che chi non ha senso etico farebbe meglio a fare altro, invece di occuparsi di filosofia pretendendo pure di insegnarla alle future generazioni. Penso che se l’università è uno sfascio morale, lo è anche perché chi vede certe ingiustizie preferisce non parlarne in giro. Penso che se il mio Maestro è morto tra il rammarico per l’indifferenza altrui allora si debba ripensare un codice etico di chi insegna ai nostri figli. Penso che se uno come lui, un buon cristiano definito così da tutti (perché lui sì che lo era nel senso pieno del termine), non abbia ricevuto nemmeno il rispetto doveroso per la sofferenza …beh allora….ditemi che significato ha continuare ad avere fiducia in un’istituzione che, soprattutto in Italia, non fa altro che nascondere le proprie mancanze e che davanti all’Altro gira le spalle e tira dritta. L’università in queste condizioni è un luogo di cultura? Penso proprio che dovremmo cominciare a dire di NO.




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18 aprile 2007

filosofia


Escher

Credo che a volte le immagini vadano oltre lo scacco del linguaggio




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sfoglia     ottobre       

 
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BLOGGER CONTRO OGNI FORMA DI FASCISMO E RAZZISMO
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“Ho sempre sentito dire che i santi sono necessari alla nostra salvezza,
Loro non si sono salvati
Chi te l'ha detto?
E' quello che sento dentro di me
Cosa senti tu dentro di te?
Che nessuno si salva, che nessuno si perde
E' peccato pensare così
Il peccato non esiste, c'è solo morte e vita
La vita è prima della morte
Ti sbagli, Baltasar
la morte viene prima della vita, è morto chi siamo stati, nasce chi siamo, è per ciò che non moriamo per sempre [...] noi non sappiamo abbastanza chi siamo, eppure siamo vivi, 
Blimunda, dove hai imparato queste cose?
Sono stata ad occhi aperti nel ventre di mia madre, da lì vedevo tutto”
[Saramago, Memoriale del convento]

Quando Blimunda, la magnifica protagonista delle pagine di Saramago, è a digiuno riesce a vedere dentro le cose.
Perchè Blimunda sa che la veggenza è un dono inconsapevole. Blimunda osserva e ascolta, come un’anima antica vede. E sa che la morte e la vita sono legati come il declino e l’amore. Il dono di Blimunda nel post-moderno è paradossalmente il racconto di quello che non c’è, osservando e raccogliendo “immagini altre” per fermare l’inevitabile: la fine di tutte le cose. E chissà come saranno le immagini viste e quelle sognate o desiderate. Saranno a tratti potenti e sovente melanconiche. Il digiuno di Blimunda è qui inteso metaforicamente come ricerca della verità...una sottrazione costante, impietosa.  La verità è un fondo neutro dove le immagini restano intatte senza essere intaccate dal Chronos saturnino oppure...oppure ci sono delle soglie che aspettano di essere varcate. Coltiverò questo spazio come fosse un giardino, il mio.

Siete i benvenuti!


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A scolpire queste fronti sfuggenti,
queste orecchie tese di metallo,
queste guance gonfie di rose,
e queste bocche che si ritraggono
al tocco delle mie dita.
La bottega danza e si espande,
sconcertante gioco al massacro.
Siate rocce, siate la frase
Che trema sulla bocca di un uomo
Che vacilla nel suo pensiero.
[Antonin Artaud, Bottega dell’anima]
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KAURISMAKI- CRIME AND PUNISHMENT



ANNA MAGNANI



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