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18 agosto 2009

Addio a Fernanda Pivano



Intervista a Fernanda Pivano
di Luigia Sorrentino

All’inizio degli anni ‘40, in piena epoca fascista, Cesare Pavese le propose la traduzione dell’Antologia di Spoon River . Un libro considerato scandaloso per quei tempi, che divenne, con la pubblicazione, un grande successo editoriale. Che cosa la convinse, in particolare, di quel libro?
Cesare Pavese mi consegno’ l’ Antologia di Spoon River subito dopo essere ritornato dal confino dove era stato inviato per attivita’ antifascista: sembrava un fantasma. A proposito: non e’ vero che gli intellettuali andavano in vacanza al confino. (cfr. la seconda parte dell’intervista che il presidente del governo italiano Silvio Berlusconi concesse alla “Voce di Rimini” e al settimanale inglese “The Spectator”, che fu pubblicata l’11 settembre del 2003, in cui Berlusconi affermava: «Mussolini non ha mai ammazzato nessuno. Mussolini mandava la gente a fare vacanza al confino». ) Per un anno e mezzo Pavese aveva mangiato solo pane, ringraziando Iddio, quando ce l’aveva il pane! E dal momento che gli avevano tolto anche i diritti civili, quando torno’ in Italia non poteva più insegnare nelle scuole pubbliche, e allora mi disse: “Perché non provi a guadagnarti da vivere con questo libro?” Mi sembrava un affare spericolato tradurre Spoon River… Gli risposi che non ero capace … ma lui insisteva – come era Pavese che insisteva sempre – e allora io dissi: “Va bene.” Presi in mano il libro, lo aprii a caso, come si fa in questi casi, e la prima poesia che mi capitò sotto gli occhi fu Francis Turner: “Io non potevo né correre né giocare/ quando ero ragazzo./ Quando fui uomo potei solo sorseggiare dalla coppa,/ non bere -/ perchè la scarlattina mi aveva lasciato il cuore malato. / Eppure giaccio qui/ consolato da un segreto che solo Mary conosce:/ c’è un giardino di acacie, /di catalpe, e di pergole dolci di viti -/ là in quel pomeriggio di giugno/ al fianco di Mary -/ mentre la baciavo con l’anima sulle labbra / l’anima d’improvviso mi fuggì via.”

Signori e signore, è facile dire che sono stata una bella cretina se mi sono innamorata di questa poesia… Può darsi che fossi una bella cretina. Bella magari è vero! Cretina non ne sono sicura… Fu una specie di sfida con la vita: a me piaceva tanto quell’uomo che si fece volar via l’anima per baciare una ragazza!

Fra i poeti della Beat Generation che ha conosciuto e frequentato negli Stati Uniti – William Burroughs, Allan Ginsberg, Jack Kerouac, Lawrence Ferlinghetti, Gregory Corso – chi ha amato di più?
Kerouac. Era un grosso genio, ha inventato tutto. Io una volta gli ho detto: “Ma perché sei cosi’ disperato? Che cosa vorresti? Cos’e’ che vuoi per non essere piu’ cosi’ disperato?”
” Voglio che Dio mi mostri il suo volto!” mi rispose lui.

Il mio primo incontro con Kerouac e’ stato a San Francisco. Avevano fatto un reading alla galleria Six e c’era questo gruppo di poeti che adesso sembra l’uovo di colombo ma che allora non ci si pensava… c’era Ginsberg, che ha letto per la prima volta l’Urlo. Ed era stato una specie di glorioso trionfo questo Urlo, era l’inizio di una storia che ha cambiato il mondo.

coninua a leggere qui


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permalink | inviato da visionidiblimunda il 18/8/2009 alle 22:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


29 giugno 2008

da La condizione operaia, di Simone Weil

Cara Albertine,

mi ha fatto bene ricevere un rigo da te. Ci sono cose, mi pare, che comprendiamo solo tu e io. Tu vivi ancora; ecco, non puoi sapere come ne sia felice … La vita li vende cari i progressi che fa compiere. Quasi sempre a prezzo di dolori intollerabili… Quel che mi scrivi della fabbrica m’è andato dritto al cuore. E’ quel che sentivo io fin da quando ero piccola. Per questo ho dovuto finire con l’andarci e mi addolorava, prima, che tu non capissi. Ma quando si è dentro, come è diverso! Ora, è così che sento il problema sociale: una fabbrica, dev’essere quel che … ho sentito tanto spesso, un luogo dove ci si urta dolorosamente, duramente, ma tuttavia gioiosamente, con la vita vera. Non quel luogo tetro dove non si sa fare altro che ubbidire, spezzare sotto la costrizione tutto quel che c’è di umano in noi, piegarsi, lasciarsi abbassare al di sotto delle macchine.

Una volta ho avvertito intensamente, in fabbrica, quel che avevo presentito con te, dal di fuori. Era la mia prima fabbrica. Immaginami davanti a un gran forno, che sputa fiamme e soffi brucianti che mi arroventano il viso. Il fuoco esce da cinque o sei fori situati nella parte inferiore del forno. Io mi metto proprio davanti, per infornare una trentina di grosse bobine di rame che un’operaia italiana, una faccia coraggiosa e aperta, fabbrica accanto a me; quelle bobine sono per il tram e per il metrò. Devo fare ben attenzione che nessuna delle bobine cada in uno dei buchi, perché vi si fonderebbe; e, per questo, bisogna che mi metta proprio di fronte al fuoco senza che il dolore dei soffi roventi sul viso e del fuoco sulle braccia (ne porto ancora i segni) mi facciano mai fare un movimento sbagliato. Abbasso lo sportello del forno, aspetto qualche minuto, rialzo lo sportello a mezzo di tenaglie, tolgo le bobine ormai rosse, tirandole verso di me con grande sveltezza (altrimenti le ultime comincerebbero a fondere) e facendo anche più attenzione di prima perché un movimento errato non ne faccia cadere mai una dentro uno dei fori. E poi si ricomincia. Di fronte a me un saldatore, seduto, con gli occhiali blu e la faccia severa, lavora minuziosamente; ogni volta che il dolore mi contrae il viso, mi rivolge un sorriso triste, pieno di simpatia fraterna, che mi fa un bene indicibile.

Dall’altra parte, lavora una squadra di battilastra, intorno a grandi tavoli; lavoro di squadra, compiuto fraternamente, con cura e senza fretta. Lavoro molto qualificato, dove bisogna saper calcolare, leggere disegni complicatissimi, applicare nozioni di geometria descrittiva. Più lontano, un robusto giovanotto picchia con un maglio su certe  sbarre di ferro, facendo un fracasso da fendere il cranio. Tutto ciò avviene in un cantuccio in fondo all’officina, dove ci si sente a casa propria, dove il caposquadra e il capo officine, si può dire, non vengono mai. Ho passato là 2 o 3 ore a quattro riprese (ci rimediavo da 7 a 8 franchi all’ora; e questo conta, sai!)

La prima volta, dopo un’ora e mezzo, il caldo, la stanchezza, il dolore, m’han fatto perdere il controllo dei movimenti: non riuscivo più ad abbassare lo sportello del forno. Uno dei battilastra (tutti tipi in gamba) appena se n’è accorto si è precipitato a farlo in vece mia. Ci ritornerei subito in quel angolo d’officina se potessi (o almeno appena avessi riacquistato un po’ di forze). Quelle sere, sentivo la giuria di mangiare un pane dolorosamente guadagnato.

                Ma questo è stato unico, nella mia esperienza di vita di fabbrica. Per me, personalmente, lavorare in fabbrica ha voluto dire, che tutte le ragioni esterne sulle quali si fondavano la coscienza della mia dignità e il rispetto di me stessa, sono state radicalmente spezzate, in due o tre settimane, sotto i colpi di una costrizione brutale e quotidiana. E non credere che ne sia conseguito in me qualche moto di rivolta. No; anzi, al contrario, quel che meno mi aspettavo da me stessa: la docilità. Una docilità di rassegnata bestia da soma. mi pareva d’essere nata per aspettare, per ricevere, per eseguire ordini – di non aver mai fatto altro che questo – di non dover mai far altro che questo. Non sono fiera di confessarlo.

                E’ quel genere di sofferenza  di cui nessun operaio parla; fa troppo male solo a pensarci. Quando la malattia mi ha costretto a smettere, ho assunto piena coscienza dell’abbassamento nel quale stavo cadendo e mi sono giurata di subire questa esistenza fino al giorno in cui fossi giunta, mio malgrado, a riprendermi. Ho mantenuto la promessa. Lentamente, soffrendo, ho riconquistato, attraverso la schiavitù, il senso della mia dignità di essere umano, un senso che questa volta non si fondava su nulla di esterno, sempre accompagnato dalla coscienza di non aver diritto a nulla e che in ogni istante libero dalle sofferenze e dalle umiliazioni doveva essere ricevuto come una grazia, come unico risultato di favorevoli circostanze casuali.

                Due fattori essenziali entrano in questa schiavitù: la rapidità e gli ordini.

La rapidità: per “farcela” bisogna ripetere un movimento dopo l’altro a una cadenza che è più rapida del pensiero e quindi vieta non solo la riflessione, ma persino la fantasticheria. Mettendosi dinnanzi alla macchina, bisogna uccidere la propria anima, i propri pensieri, i sentimenti, tutto per otto ore al giorno. Irritati, tristi o disgustati che si sia, bisogna inghiottire, respingere in fondo a se stessi irritazione, tristezza o disgusto: rallenterebbero la cadenza. Per la gioia, è lo stesso.

Gli ordini: dal momento in cui si timbra per l’uscita, si può ricevere qualsiasi ordine in qualunque momento. E bisogna sempre tacere e obbedire. L’ordine può essere penoso o pericolosa da eseguire, o anche ineseguibile; oppure due capi possono dare ordini contradditori; non fa nulla: tacere e piegarsi. Rivolgere la parola a un capo, anche per una cosa indispensabile, anche se è una brava persona (le brave persone hanno pure i loro momenti di cattivo umore) vuol dire rischiare di farsi strapazzare. E quando capita, bisogna ancora tacere. Per quanto riguarda i propri impulsi di nervi o di malumore, bisogna tenerseli; non possono tradursi né in parole né in gesti, perché i gesti sono, in ogni momento, determinati dal lavoro. Questa situazione fa sì che il pensiero si accartocci, si ritragga, come la carne si contrae dinnanzi al bisturi.

Non si può essere “coscienti”. Tutto questo, beninteso, riguarda il lavoro non qualificato, soprattutto quello delle donne. E attraverso tutto ciò, un sorriso, una parola di bontà, un istante di contatto umano hanno più valore delle più devote amicizie fra i privilegiati grandi e piccoli. Solo là si conosce che cos’è la fraternità umana. Ma ce n’è poca, pochissima.

Quasi sempre le relazioni, anche fra i compagni, riflettono la durezza che, là dentro, domina su tutto. .. Volevo dirti anche questo: il passaggio da quella vita così dura alla mia vita attuale, sento mi corrompe. Capisco ora cosa succeda ad un operaio che diventa funzionario sindacale. Reagisco quanto posso. Se mi lasciassi andare, dimenticherei tutto, m’installerei nei miei privilegi senza voler pensare che sono privilegi. Sta tranquilla, non mi lascio andare. A parte questo, in quella esistenza ci ho lasciato la mia allegria, ne serbo in cuore un’amarezza incancellabile. E tuttavia, sono felice di averla vissuta…  

 




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27 aprile 2008

le braci



"L’uomo e il suo destino si realizzano reciprocamente modellandosi l’uno sull’altro. Non è vero che il destino si introduce alla cieca nella nostra vita: esso entra dalla porta che noi stessi gli abbiamo spalancato, facendoci da parte per invitarlo a entrare. Non c’è infatti essere umano abbastanza forte e intelligente da saper allontanare, con le parole o con i fatti, il destino infausto che deriva, secondo una ferrea legge, dalla sua indole e dal suo carattere"
[Sandor Marai, Le braci]




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13 febbraio 2008

Diario collettivo

 

I blog sono frenetici, a volte lo sono così tanto che non si riesce a seguirli. Se staccassero la luce dei blog non resterebbe nulla, le biblioteche, invece, sono piene di libri polverosi scritti centinaia di anni fa. Negli archivi ci sono libri antichissimi. C’è un archivio a Pieve Santo Stefano, al confine tra Toscana, Umbria e Romagna, che dal 1984 raccoglie i diari, le memorie biografiche, gli epistolari scritti da gente comune in cui si racconta la vita di tutti e la storia d’Italia. Il diario interamente costruito e confezionato a mano, rappresenta un’operazione interessante sia da un punto di vista letterario che estetico. Sulla prima pagina metteremo la data e poi scriveremo una pagina di diario, in seguito il diario verrà inviato a chi ne farà richiesta, la ricevente a sua volta scriverà un’altra pagina del diario e poi lo spedirà ad un’altra donna, e così via fino a quando il diario sarà completo.

Il diario collettivo cartaceo avrà per titolo il “Diario delle belle donne”. Quando le donne avranno scritto tutte le pagine, dovesse passare anche un anno, il quaderno verrà spedito all’archivio diari http://www.archiviodiari.it/default.htm. Sarà il diario delle donne vissute nell’anno 2008, racconterà chi siamo, cosa facciamo, cosa mangiamo, come vestiamo, come viviamo.

Alla stesura del diario collettivo possono partecipare tutte le donne che ne faranno richiesta.

Le prenotazioni possono essere fatte scrivendo alla redazione diariovdbd@yahoo.it , la pagina di diario deve essere scritta nel più breve tempo possibile e il diario inviato alla destinataria prestabilita con raccomandata senza avviso di ricevimento. Il file in formato word del testo della pagina deve essere spedito alla redazione all’indirizzo sopra indicato che, eventualmente, potrà pubblicarlo in forma digitale nel blog. Nei commenti di questa pagina scriveremo chi ha in mano il diario e quale strada sta facendo, lo seguiremo in tutti i suoi lenti spostamenti sperando che non si fermi mai e che giunga a destinazione.

[Antonella Pizzo]



5 settembre 2007

LA GRANDE EULALIA

 Lo specchio è il rifrangersi dell’immagine, di se stessa, di un mondo perduto e mai posseduto, di un desiderio insoddisfatto che ha il suono e il peso lieve di un soffio…la mancanza di essere si fa sublime visione e suggestione poetica. Eulalia resta rapita dall’immagine incantata ed edulcorata di un uomo che sorge dalla superficie dello specchio…una presenza gratuita forse o la metafora del perduto amore, di un amore nostalgico che non ha tratti fiammeggianti ma solo sbiaditi dal tempo. E’ così che il desiderio di Eulalia verso chi non alza neanche il capo per guardarla, trasmuta alchemicamente in nostalgia…Si può avere nostalgia di qualcosa che non si è mai avuto; soprattutto, la nostalgia non chiede niente in cambio e non brucia verso il futuro, non è rivolta principalmente verso un oggetto erotico. Tuttavia non ci troviamo nella frattura che la struttura del linguaggio porta in seno ma nella potenza nullificatrice e a-topica del silenzio. Il silenzio è l’immagine che ancora non si è fatta corpo, è un precedere la forma. L’immagine muta che abita lo specchio di Eulalia è l’incontro che non ha bisogno del corpo per sopravvivere, è la gratuità della visione che non pretende niente in cambio ma solo di essere accolta, ascoltata. Eulalia incontra un uomo. E’ il sogno di qualcosa che non si potrà mai avverare…il possesso di un corpo, la speranza di un corpo che abbia la stessa fluidità di uno specchio…

Eulalia dei desideri perduti. Eulalia che non conosce il mondo e che ama incondizionatamente. Eulalia che non sa niente di sé e del resto…
Trascorre il tempo nell’intervallo di poche righe scritte tra gli scarti di una vita, tra i rimpianti di stelle andate perse…Eulalia continua a “non sapere”…avverte che qualcosa si altera… lui non ha mani di violino…lui pretende…lui “vive” e la vita è troppo rumorosa…
Eulalia dei sogni piumati…delle mancate carezze…del regno di specchi…
Accadde così che Eulalia decise di non cantare più…entrò nella stanza dei suoi sospiri e non uscì mai più…si può avere nostalgia di qualcosa che non si è mai avuto e che mai si vorrà possedere…
Nostalgia che accogli, che ricomponi i corpi, che ti volti indietro ad afferrare anime smarrite…




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2 settembre 2007

concorso UN FIORE DI PAROLA

 

Il blog collettivo di poesia, arte e cultura VIADELLEBELLEDONNE

http://viadellebelledonne.wordpress.com/

organizza la I edizione del concorso di Poesia
Un fiore di parola


dedicato a Martina Pluchino e a Federica Zagni, vittime della strada

- partecipazione gratuita -

Regolamento
- Il concorso è articolato in un’unica sezione: Poesia inedita
- Ogni concorrente può partecipare con una sola poesia di non più di 50 versi, in lingua italiana, inedita e mai premiata in altri concorsi, da inviare in allegato in documento formato Word via mail a unfiorediparola@yahoo.it entro il 30 novembre 2007.
-
Nella mail di accompagnamento indicare i dati personali, l’indirizzo, una breve nota biografica e la seguente dichiarazione:

Dichiaro che l’opera da me presentata è di mia creazione personale, inedita non premiata o segnalata in altri concorsi. Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi della disciplina generale di tutela della privacy (L. n. 675/1996; D. Lgs. n. 196/2003).

- L’infrazione di una di queste regole porterà all’esclusione del concorrente.
-
Le opere verranno vagliate da un’apposita commissione di lettura la cui esatta composizione sarà resa pubblica in sede di premiazione. Entro il 31 dicembre 2007 saranno pubblicati i nomi dei finalisti e a Gennaio del 2008 i nomi dei due vincitori.
-
E’ prevista la pubblicazione di un’antologia in e-book contenente le poesie finaliste e le vincitrici.


PREMIO
Primo premio Euro 250,00
Secondo premio Euro 100,00

Non è prevista alcuna cerimonia di premiazione.
Il giudizio della giuria è insindacabile.



13 maggio 2007

ALBUM EUROPA

Una bella sfida per scrittori quella proposta dal Gruppo Opìfice a volerci rappresentare come i destini e le tratte di ognuno possano felicemente congiungersi in un unico grande viaggio, fatto di voci e di fili rossi che si intersecano. Farsi traghettare verso una meta precisa e partire. Il viaggio è sinonimo di apertura verso luoghi immaginati o visitati realmente. L’esperienza che rimane è come un groviglio perturbante. Quante volte ci diciamo di come sarebbe bello lasciare tutto e andare lontano? Per riposare, per fuggire oppure semplicemente per capire. Si affronta un viaggio con diversi stati d’animo; dipende dalla ragione, quando c’è, di andare esattamente lì in quel piccolo antro della terra o in quella distesa metropoli. È la modalità con cui si parte tuttavia ad essere sempre la stessa; valigia preparata con cura se si è ponderato bene lo spostamento oppure due cose in uno zaino di fortuna per prendere la vita così come viene. Ma quando si parte si lasciano gli ormeggi del pensiero e la nostra visione si apre allo sconosciuto.

Il progetto degli Opificisti è aperto a tutti quelli che hanno il loro viaggio da raccontare; le partenze e gli arrivi sono i luoghi dell’Europa, da qui il titolo del progetto ALBUM EUROPA. Si sceglie un mezzo, si sceglie il modo, ma si sceglie soprattutto la capacità di cogliere l’immagine del vostro viaggio e di raccontarla. La seconda fase del progetto sarà l’imbastitura dei vari racconti pervenuti alla redazione di Opìfice con l’aiuto di scrittori scelti dalla stessa redazione, dall’Anonima Scrittori, da Lankelot.eu e dalla rivista Eggs. Sono convinta che sarà un successo come il precedente e che, quando sarà finito e tutti avranno fatto ritorno, sarà pubblicato.






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11 maggio 2007

la porta



La porta come limen è la soglia che apre un varco che deve essere valicato a tutti i costi. La porta è una bella metafora e ho deciso di farneticarne un po’ insieme a voi, dopo aver letto lo splendido libro di Marco Biraghi dal titolo Porta multifrons. Il libro scritto da un architetto, ha un impianto filosofico e una costruzione oserei dire ambiziosa. La prima definizione recita che la porta nasce da un’assenza, cioè da un vuoto che viene colmato successivamente. E fin qui, architettonicamente parlando ci siamo. Quando si costruisce un edificio infatti, si lascia lo spazio atto alla porta. Ma è nel progetto del libro stesso che si intravede cosa l’autore ci vuole mostrare. Cioè la porta si declina in diversi modi; intesa come forma, come maschera, come volto, come archetipo; è una porta che priva, che apre, che è assente, che si socchiude, che non si vede ad occhio nudo. Mi vengono in mente i film di Lynch dove le porte (che non sono quasi mai visibili) sono come tante matrioske di drappi purpurei. La porta intesa come luogo di passaggio ma anche essenza di un edificio, si rivela come necessario varco. E’ la soglia invece intesa come luogo intermedio, come spiega Franco Rella in un bel libro che mi sento di consigliarvi, che viene assunta come spazio in cui vengono custoditi segreti e cose che non possono essere dette perché sfuggono. Una soglia che non è un confine ma che è lì per essere superata. Ci sono porte strette e quella di Alice, piccolissima breccia di un mondo alla rovescia. Ci sono porte larghe che conducono verso sentieri ambiguamente semplici. Ci sono porte dimenticate, quelle delle prigioni, degli orfanotrofi o degli ospedali; porte che ti aprono altre porte più importanti. Allora la porta non è solo fisicamente presente ma ci appartiene per aprire o chiudere le nostre stanze interiori. La maggior parte delle volte resta socchiusa ed è in quel momento che avvertiamo il mistero di noi stessi, degli inganni che ci piace coltivare, o delle cose preziose che manteniamo dentro scrigni senza serratura.   




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16 aprile 2007

quando si è opificisti



L’antologia “Tutti esplosi. Le trame di Opìfice” nasce da un concorso on-line indetto dal portale www.opifice.it  ormai due anni fa. I racconti selezionati rappresentano un arcipelago di voci e immagini davvero interessanti. Intanto è apprezzabile, come sottolinea Simone Olla nella introduzione al testo, l’utilizzo del web come canale e strumento di incontro e di confronto critico ma soprattutto la consapevolezza che molte cose possono essere fatte quando del mezzo informatico si conoscono gli aspetti più efficaci per creare qualcosa di spessore culturale. Spesso si parla degli incentivi e degli incoraggiamenti ai giovani perché la gerontocrazia imperante è arida e senza scampo e allora deve in qualche modo riscattarsi. Incentivi e incoraggiamenti mi sembrano termini un po’ paternalistici e  non credo che del merito si possa fare un fatto anagrafico. Credo anzi che si dovrebbe parlare semplicemente di più di chi ha qualcosa da dire e appoggiare e sostenere non attraverso il solito assistenzialismo ma con un contributo concreto di impegno culturale. È confortante quando si ascolta qualcosa di notevole, non che va necessariamente contro-corrente acriticamente e un po’ per moda ma anzi che cerca di scardinare le attuali regole della cultura dominante con cognizione di causa. Una cultura è gerontocratica quando non punta al riconoscimento del valore culturale ma anzi tenta in tutti i modi di ignorarlo. L’esperienza del Gruppo Opìfice mi è sembrata buona proprio perché si fa portatrice di “cose da dire” “cose che vanno dette” servendosi del mezzo letterario come narrazione e svelamento del reale. Gli opificisti allora creano e si fanno artefici, danno inizio ad un’attività che ormai prosegue dal 2002, a gran voce. E proprio dall’immagine in copertina vorrei partire: un viso sfocato, un viso come tanti, che apre la bocca, la spalanca per dire, forse per dire di no o forse solo per sintetizzare ciò che si aprirà nelle pagine del libro. Il libro, come nella copertina, è una cittadella piena di reticolati che si intersecano per incontrarsi casualmente, come l’esistenza di ognuno piena di occasioni e angoli dietro cui svoltare. I racconti sono di vario genere, per così dire.
Ironici come quello di Flavia Piccinni; pungenti come quelli di Tommaso Chimenti, e poi  inaspettatamente profondi e commoventi come quello di Mattia Piano, giovane talentuoso di cui sentiremo ancora parlare. Il percorso dell’antologia è davvero sorprendente: dalle cicatrici di un albero dove trovare parole perdute all’avventurosa sopravvivenza di una mosca passando per lavandini otturati e labirintici sogni che si pagano con il prezzo del mattino. Il filo conduttore è la firma del Gruppo Opìfice, pulsante fucina di idee. Si riesce bene ad intravedere il lavoro paziente ed entusiasta della costruzione e dell’attività “laboratoriale” del gruppo. Questo libro mi pare sia la risposta a quell’industria culturale in cui l’individuo crede di essere soggetto mentre resta inesorabilmente oggetto di un consumo usa e getta. Allora non siamo più nemmeno nella società dello spettacolo ma l’abbiamo abbondantemente sorpassata entrando nel cosiddetto spettacolo integrato; l’occhio del Grande Fratello citato nel racconto di Fabio Medda è ormai liquefatto, è diventato anch’esso simulacro di qualcosa difficile da definire; non siamo più nella società del controllo ma in qualcosa di più degenerato. Del resto quando capiamo qualcosa è perché l’abbiamo già “metabolizzata”. E’ in questo scenario che il Gruppo Opìfice ha capito benissimo che criticando lo spettacolo se ne fa necessariamente parte; così loro tornano a ciò che dovrebbe essere fatto per sfuggire alla lenta litania delle copie; gli opificisti, come risuona nel nome stesso, creano, si fanno artefici e utilizzano la parola; la parola libera che si piega non solo ai moti dell’anima ma anche a tutti i cinque sensi. Una parola che si fa corpo, che diventa non solo capacità di esercizio letterario ma che trasforma la materia sensibile plasmandola.
Alla fine della lettura resta un coro di stimolanti attese del nuovo progetto del Gruppo Opìfice che con questo libro di alta qualità ha raggiunto un risultato importante: raccontare come ci si può sottrarre alla manipolazione e alla standardizzazione del mercato culturale autodeterminando noi stessi per cominciare.




permalink | inviato da il 16/4/2007 alle 11:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

sfoglia     giugno       

 
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BLOGGER CONTRO OGNI FORMA DI FASCISMO E RAZZISMO
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“Ho sempre sentito dire che i santi sono necessari alla nostra salvezza,
Loro non si sono salvati
Chi te l'ha detto?
E' quello che sento dentro di me
Cosa senti tu dentro di te?
Che nessuno si salva, che nessuno si perde
E' peccato pensare così
Il peccato non esiste, c'è solo morte e vita
La vita è prima della morte
Ti sbagli, Baltasar
la morte viene prima della vita, è morto chi siamo stati, nasce chi siamo, è per ciò che non moriamo per sempre [...] noi non sappiamo abbastanza chi siamo, eppure siamo vivi, 
Blimunda, dove hai imparato queste cose?
Sono stata ad occhi aperti nel ventre di mia madre, da lì vedevo tutto”
[Saramago, Memoriale del convento]

Quando Blimunda, la magnifica protagonista delle pagine di Saramago, è a digiuno riesce a vedere dentro le cose.
Perchè Blimunda sa che la veggenza è un dono inconsapevole. Blimunda osserva e ascolta, come un’anima antica vede. E sa che la morte e la vita sono legati come il declino e l’amore. Il dono di Blimunda nel post-moderno è paradossalmente il racconto di quello che non c’è, osservando e raccogliendo “immagini altre” per fermare l’inevitabile: la fine di tutte le cose. E chissà come saranno le immagini viste e quelle sognate o desiderate. Saranno a tratti potenti e sovente melanconiche. Il digiuno di Blimunda è qui inteso metaforicamente come ricerca della verità...una sottrazione costante, impietosa.  La verità è un fondo neutro dove le immagini restano intatte senza essere intaccate dal Chronos saturnino oppure...oppure ci sono delle soglie che aspettano di essere varcate. Coltiverò questo spazio come fosse un giardino, il mio.

Siete i benvenuti!


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DISCLAIMER:
Nonostante questo blog non si possa considerare una testata giornalistica, perché priva di una costante periodicità, alcuni degli scritti e/o articoli presenti sono stati già pubblicati in quotidiani, riviste e cataloghi quindi soggetti a regolare copyright. L'autrice dichiara di non essere responsabile per i commenti dei visitatori inseriti a seguito dei post. Eventuali commenti lesivi dell'immagine o della onorabilità di persone terze non sono da attribuirsi all'autrice nemmeno se il commento viene espresso in forma anonima. La maggior parte delle immagini presenti in questo blog sono tratte da Internet e su specifica e motivata richiesta saranno immediatamente rimosse.
Per qualsiasi richiesta e segnalazione scrivetemi
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PER FERMARE
IL COMMERCIO DI CARNE DI CANE
NELLE FILIPPINE,
FIRMA LA PETIZIONE!

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Sosteniamo Saviano!
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Vorrei che voi leggeste
come si può essere licenziati

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Brava jj...sei guarita!

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GOYA- Il sonno della ragione genera mostri

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Pollici divini, aiutatemi
A scolpire queste fronti sfuggenti,
queste orecchie tese di metallo,
queste guance gonfie di rose,
e queste bocche che si ritraggono
al tocco delle mie dita.
La bottega danza e si espande,
sconcertante gioco al massacro.
Siate rocce, siate la frase
Che trema sulla bocca di un uomo
Che vacilla nel suo pensiero.
[Antonin Artaud, Bottega dell’anima]
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Avete incontrato
o incontrerete qui....
tra le altre cose:


KAURISMAKI- CRIME AND PUNISHMENT



ANNA MAGNANI



ANTONIN ARTAUD



GIORDANO BRUNO



GILLES DELEUZE



LUDWIG WITTGENSTEIN



C.TH. DREYER



EDITH STEIN



BERGMAN- FANNY E ALEXANDER



ERACLITO



JOYCE LUSSU



JACQUES LACAN



LUCE IRIGARAY



SIMONE WEIL



ANTONIO GRAMSCI



DREYER- ORDET



ALEKSANDR SOKUROV



BERGMAN- IL SETTIMO SIGILLO



HANNAH ARENDT



MAGRITTE



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Sto leggendo:


PIETRO VERRI- LE OPERE



CVETAEVA- DESERTI LUOGHI



GROSSMAN- COL CORPO CAPISCO



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Sto ascoltando:


PAOLO CONTE

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contatore inserito dal 6/6/07
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