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1 luglio 2009

Ciao, Pina...


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permalink | inviato da visionidiblimunda il 1/7/2009 alle 8:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


1 aprile 2009

ricomincio da qui


Rune Guneriussen è artista di rara sensibilità. L'ho incrociato per caso, in un giorno di buio pesto. Le sue luci vorrei condividerle con voi, perchè l'orlo dell'occhio ha necessità di concedersi un pò di bellezza. Di tanto in tanto. Eppure in quei percorsi si possono nascondere segreti magnifici, improbabili fiabe ascoltate fino all'alba. Perfino le veglie del cuore sembrano acquietarsi, dopo tanto calpestare terra arida.
Che ogni sentiero sia per voi un bosco illuminato...







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23 giugno 2008

Joel-Peter Witkin. Il lutto dell'arte


Guardando le foto-composizioni di Witkin ci si chiede subito: ma perché?

Eppure osservando a fondo ciò che l’eccentrico artista di origine russa crea ci si interroga sul suo modo di concepire l'arte della fotografia. Spesso si pensa erroneamente che l’arte sia necessariamente infiltrata di una qualche follia e strano senso di mania. Ebbene, io non penso che si sia artisti perché si è considerati un po’ folli. Non c’è alcuna romanticheria nella follia e c’è invece tanto scardinamento nell’arte. Lo scardinamento appartiene anche alla ragione che lascia gli ormeggi? Parliamone. C’è anche esibizione, nell’arte. E Witkin lo sa bene. Non si nasce artisti, ma lo si diventa. Non lo si diventa piuttosto se è la società a riconoscertelo. La società al massimo ti suicida, non dimentichiamocelo mai. Van Gogh è un chiaro esempio di suicidato della società, ma non è solo. In Van Gogh tuttavia la strada della follia non giustifica nulla.

In Joel Peter Witkin, la follia (intesa come psicosi) potrebbe essere chiamata in causa per descrivere quello strano, malsano e fetido amore per la carne imputridita che utilizza per le sue composizioni. Per quella sua costante passione verso i cadaveri di cui si serve che, dopo essere stati sezionati, adornano le sue cucine-morte-pittoriche. Ma non la chiamerò in causa, invece. Sì perché nel lavoro artistico di Witkin il gusto è tutto orientato verso il mostruoso e il dissacrante, scientemente. Sono ricostruzioni apparecchiate con cura le sue nature dolorose. Si serve di anarchia, Witkin, e di sezionamento fisico, farcendo teste fiorite o membra distorte.

Il suo amore mortuario si tramuta così nella inaudita capacità di rappresentare la morte e la sua decomposizione. Il cadavere è scandaloso, diventa altro rispetto alla proporzione del corpo intesa classicamente nell’arte. Così Witkin ne esalta la miseria e l’orrido. Il mostruoso e il brutto come estetica del totalmente altro e dell’impossibilità di godere della forma, costituiscono la cifra di tutte le sue foto-dipinti. Attraverso questa repulsione naturale verso ciò che non ci riguarda più come corpo morto, si avverte la consapevolezza del dolore del mondo, della tragedia della caducità. Witkin è artista della persistenza; fa cioè permanere ciò che naturalmente dovrebbe passare e trasformarsi. Alcune delle sue opere mi ricordano, oltre che lo stravolgimento dell’arte classica, certe scene dello Zoo di Venere di Greenaway.

L’estetica del brutto che in Witkin accoglie il dolore del trapasso per cantare i propri esperimenti di morte-in-vita accoglie tutta l’inquietudine post-moderna di nuove e raccapriccianti icone.


È uno squarcio dentro le nostre visioni edulcorate di Bellezza e Ordine. Witkin apologizza l’orrendo che non desta meraviglia ma produce in chi lo guarda un senso di inadeguatezza e oscuro presagio. Crea un mondo di mezzo dove le figure ritagliano spazi di aldilà, entro cui mettersi in posa. Lui stesso afferma che prima dello scatto disegna l’idea che vuole realizzare. Fa prendere forma dunque a quel metafisico atto creativo ancor prima di metterlo in pratica. Il lutto dell’arte di adorniana memoria è così per Witkin celebrazione di sé, del proprio enorme e prolungato sé che ci fa gridare allo scandalo per l’impossibilità di vedere come solo gli antichi barbieri sapevano fare, una mappa di noi stessi.


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3 giugno 2008

Guarda che luna!





10 dicembre 2007

segnalazione



installazioni su Tantalo, Pelope, Agamennone

Biblioteca comunale di Sassari, Piazza Tola, dal 10 al 13 Dicembre 2007, 9-13 e 16-18,30.

apertura della mostra: MITI e LIBRI, lunedì 10.12 h. 17.
MITO e PSICHE con Antonangelo Coradduzza, psichiatra, giovedì 13 h. 17.

Le storie mitiche di Tantalo e dei suoi discendenti (Pelope, Atreo e Tieste, Agamennone e Menelao) ispirano l’Orestea di Eschilo, il Tieste di Seneca e molte altre opere antiche e moderne.
La mostra EFIALTE tra-dire il mito è uno studio sul mito e, insieme, uno studio sul teatro antico. Le installazioni propongono icone mitografiche (la vasca in cui Agamennone fu assassinato, il corpo - tipografico - di Pelope, smembrato e ricomposto, il messaggio di Filomela) e mettono in gioco il pubblico in un continuo contatto fra testi antichi e nuove forme espressive. Le agghiaccianti tematiche del mito (il matricidio, la contaminazione, il sangue, il rapporto col divino) trovano un registro cantabile in una mostra che ha come codici la confidenza, il colore, il movimento.
Strumenti della mostra sono i testi, i media audio e video, gli specchi, il legno e i tessuti.
La mostra si fregia di una collaborazione di altissimo livello, l’installazione Clitennestra di Rita Bonomo e Giusy Calia con una ricerca su temi come il mito familiare, la femminilità, l’acqua.
EFIALTE tra-dire il mito è un progetto coordinato dalla delegazione sassarese dell’AICC insieme alla Biblioteca Comunale di Sassari, con il patrocinio del Comune di Sassari - Assessorato alla Programmazione, Cultura, Spettacolo e dell’Ente Regionale per il Diritto allo Studio Universitario ERSU.
La mostra è l’esito di un lavoro di traduzione e di attenzione creativa svolto nel Laboratorio di Tecniche del Dramma Antico del Corso di Laurea in Lettere (Facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli Studi di Sassari).

Visita il luoghi della Genesi, qui

***
Rita Bonomo e Giusy Calia si incontrano anche su Viadellebelledonne




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2 novembre 2007

pier paolo pasolini

Padre nostro che sei nei cieli
di Pier Paolo Pasolini



regia di Andrea Galli

___________________________

Padre nostro che sei nei Cieli,
io non sono mai stato ridicolo in tutta la vita.
Ho sempre avuto negli occhi un velo d’ironia.
Padre nostro che sei nei Cieli:
ecco un tuo figlio che, in terra, è padre…
È a terra, non si difende più…
Se tu lo interroghi, egli è pronto a risponderti.
È loquace. Come quelli che hanno appena avuto
una disgrazia e sono abituati alle disgrazie.
Anzi, ha bisogno, lui, di parlare:
tanto che ti parla anche se tu non lo interroghi.
Quanta inutile buona educazione!
Non sono mai stato maleducato una volta nella mia vita.
Avevo il tratto staccato dalle cose, e sapevo tacere.
Per difendermi, dopo l’ironia, avevo il silenzio.

Padre nostro che sei nei Cieli:
sono diventato padre, e il grigio degli alberi
sfioriti, e ormai senza frutti,
il grigio delle eclissi, per mano tua mi ha sempre difeso.

Mi ha difeso dallo scandalo, dal dare in pasto
agli altri il mio potere perduto.
Infatti, Dio, io non ho mai dato l’ombra di uno scandalo.
Ero protetto dal mio possedere e dall’esperienza
del possedere, che mi rendeva, appunto,
ironico, silenzioso e infine inattaccabile come mio padre.
Ora tu mi hai lasciato.
Ah, ah, lo so ben io cosa ho sognato
Quel maledetto pomeriggio! Ho sognato Te.
Ecco perché è cambiata la mia vita.

E allora, poiché Ti ho,
che me ne faccio della paura del ridicolo?
I miei occhi sono divenuti due buffi e nudi
lampioni del mio deserto e della mia miseria.

Padre nostro che sei nei Cieli!
Che me ne faccio della mia buona educazione?
Chiacchiererò con Te come una vecchia, o un povero
operaio che viene dalla campagna, reso quasi nudo
dalla coscienza dei quattro soldi che guadagna
e che dà subito alla moglie - restando, lui, squattrinato,
come un ragazzo, malgrado le sue tempie grigie
e i calzoni larghi e grigi delle persone anziane…
chiacchiererò con la mancanza di pudore
della gente inferiore, che Ti è tanto cara.
Sei contento? Ti confido il mio dolore;
e sto qui a aspettare la tua risposta
come un miserabile e buon gatto aspetta
gli avanzi, sotto il tavolo: Ti guardo, Ti guardo fisso,
come un bambino imbambolato e senza dignità.

La buona reputazione, ah, ah!
Padre nostro che sei nei Cieli,
cosa me ne faccio della buona reputazione, e del destino
- che sembrava tutt’uno col mio corpo e il mio tratto -
di non fare per nessuna ragione al mondo parlare di me?
Che me ne faccio di questa persona
cosi ben difesa contro gli imprevisti?
[Pasolini, Padre nostro che sei nei cieli, da Affabulazione]



29 ottobre 2007

ELEGIA DEL GENE, di Rita Bonomo

Vi presento la straordinaria voce poetica di Rita Bonomo con un brano che ho amato fin dal primo momento e che voglio con-dividere anche qui.




Osanna,

Nell’aborigeno mio cielo
il mio cielo è tronco d’ali e reti
eppure impigliata resta  -questa genia-
un pesce gravido di uova incolumi
moltiplicate e moltiplicate e moltiplicate
Suo pungiglione ammorbante
quel piglio dissacrante l’appartenersi
che si fa  -a puntate-  buccia-buccia
a vestirmi gruccia inerme o fionda
Ah, ritornarti indietro! coltre erosa
dai cromosomi dentati da rammendare
ogni volta ogni volta ogni volta
-quali ricami ancestrali?-
se mi travesto crosta privata di me
-tua primizia sposa, e gemella-  e poi crosta
si spoglia di me lasciandomi intera e morbida

e nuda

germoglio figliato in tua ombrellifera fronda

Ché poi nell’aborigeno tuo cielo
il tuo cielo è tronco d’ali e reti
eppure impigliata resta questa genia
un’ape regina che non può figliare fuchi
non collari per cuccioli,
né squame iridescenti per vestirli lucenti di luce
Suo pungiglione ammorbante è
il quanto che ci spiccica e poi ci rincolla
affini per qualità di fiati e bucce
e peccatucci similari sugli ucci ucci
di questo vivere sotto branco sciolto

Una palude in cui  -tu- ti travesti anfibio
sbranchiato -e onicofago-
e io granchio -onicofago- spaiato ad evitarti laterale
sugli sgoccioli di questa vita a finire
in spicciolo squarciare l’aria sconsacrata
da più morsi di fame d’unghie
-surrogato, lenitivo d’affetto ma piccante-

e nudi

a germogliarci attonite statue dalle debolucce spalle spoglie d’abbracci

Ti ho nel mucchio, Signore, nel mio mazzo di geni
-a mucchi-
e negli ancora ancora candidi barlumi
d’onniscienze sante da amputarmi dal cuore
Così, sotto fiotti di coriandoli
separati per colorito e aspetto trascendo
-colorando- dal più tenue al più marcato segno
di distinzione marcata, divenendo
traccia tua indelebile

e Santa

[Rita Bonomo]
__________________________________

testo tratto da

Rita Bonomo, dìri dìri dànna, Liberodiscrivere edizioni, 2006



24 ottobre 2007

Un giorno...


   
   
   
   
FOTOGRAFIE DI GIUSY CALIA*


Nell’eternità delle forme Lei alberga muta con le sue vestigia, non c’è alcuna verità se non lo stare. Ma nel phantasma che ci viene incontro, si scorgono tutti i tratti della carne. Sono polaroid scattate in luogo di grate e sangue. Cassetti di tempo distratto incalzano su un passato pesante: quello della memoria e delle sue stanze è un gioco pericoloso e non privo di impedimenti. Durante il cammino si trovano abiti da rammendare, tele di fili strappati e chiavi di volta attraverso cui poter finalmente vedere ed esser visti. Le immagini di Giusy Calia allora appaiono, arrivano alla vista senza nessun preavviso e ci parlano di un mondo femminile dimenticato e cogente che chiama da un aldilà. Come tante cartoline dal medesimo destinatario, i mondi possibili rappresentano gli istanti del passato che ritorna, un’antica litania suggestiva e senza tregua.
È Lei la protagonista, Lei che canta e che abita i sottopiani dell’anima, insolvente; Lei che avanza dall’immagine dilata i fiori e li silenzia, ara un giardino segreto di vecchi errori senza curarsi troppo del circostante. Ma allora perché procede, se è solo un ricordo scomodo? Nell’eternità delle forme Lei non abbandona solo se stessa, attendendo di emergere dal liquido amniotico; le movenze invero producono passaggio che da vuoto viene ad essere. Il paiolo è un setaccio di desideri mai espressi, di anoressiche privazioni in cui la femminilità si stende; una balia asciutta in cerca di negazioni o una donna, Lei, che in una serata stanca scorre tutta la sua esistenza in super8.
Ouroboros mancato, spirale che non conclude, la storia che viene raccontata da Giusy Calia è una lenta e potente reminescenza, un incessante ritorno dell’uguale. Così Lei vive ancora, attende sulla soglia perché non sceglie dove andare ma bussa all’uscio più segreto dell’anima, insistente; custodisce nel suo grembo un’esistenza intera, il suo doppio e, per dirla con Deleuze, l’impassibilità e l’idealità dell’evento. L’attesa è insopportabile ma il territorio in cui viene a situarsi il fantasma non può essere neutro, non per Giusy Calia che accoglie nelle immagini il lato interno ed esterno e li trasmuta in un unico piano, come evento e mai come effetto. Il luogo è bensì un’ampolla di vetro sottile, uno specchio opaco e traditore dove l’immagine assume vita propria e si fa carne. Gli alambicchi entro cui danza il desiderio sono numinosi e arcani pertugi lungo cui Lei si muove; un sogno astrale o una madeleine, graziosa ispirazione memoriale che riaffiora nei sensi.
Così l’opera artistica di Giusy Calia sa domandare sapientemente cosa rimane quando tutto è andato perduto, come una preghiera accorata e al contempo impalpabile fatta di sbiadite vampe e fulgide attese. Verrà ascoltata? Sarà un’ennesima chiamata ad essere oppure solo un’istanza sommessa che da una soffitta attrae il viandante alla visione.


*
Fanno parte della Mostra Lettre Ouverte, c/o Les chantiers de la Lune, La Seyne sur mar, a cura di Jacqueline Herrero (dal 19/10 al 24/11/07).



7 agosto 2007

Giusy Calia


Carte da spedire - foto di Giusy Calia

C'è una marea nelle cose degli uomini che, colta al flusso, mena alla fortuna; negletta, tutto il viaggio della vita s'incaglia su fondali di miserie. [Shakespeare]
C’è una marea e un flusso chiamato vita forse in cui ognuno di noi si lascia seppellire; ci sono poi cose che la marea lascia sulla spiaggia dopo innumerevoli tempeste; oggetti lontani che mai torneranno al mittente; sono messaggi in una bottiglia sgangherata che vengono abbandonati al caso credendo di poterlo chiamare destino. I resti che alla mattina il mare riporta in riva sono le risacche di tempo, il nostro, in cui indistinguibile e lontano ci sembra ciò che abbiamo vissuto fino ad allora. È come se il flusso acquatico si mostrasse in tutta la sua fascinazione ipnotica; come se quegli oggetti che arrivano ad essere visti contenessero segreti e antiche melodie di continenti mai esistiti.
La miseria della vita è non voler vedere ciò che ci si mostra dinanzi allo sguardo. Vedere significa anche immaginare e pensare con le mani; vedere significa nutrirsi di immagini e di suoni che percuotono le corde dell’anima. Vedere a volte non corrisponde al reale. L’immagine di Giusy Calia ci ricorda come sia possibile ascoltare il caso senza curarsi troppo delle interferenze. Le carte da gioco rappresentano le tante facce dell’accadere. La figura che spicca incarna paradossalmente l’essere splendente che alberga in ognuno di noi…un essere che porta sulle spalle il fardello dell’istante che fugge e che sa riposarsi dopo una lunga battaglia. La benda sugli occhi è la capacità di vedere con la mente, di immaginare un mondo altro…ma non solo; è la Fortuna che lancia le possibilità e le fa cadere senza sosta attendendo che qualcuno le colga. Allora da un lato si crede di esser padroni del proprio destino e dall’altro si vive nell’equilibrio della vertigine che la possibilità porta seco. Le risacche di tempo…mai niente fu più dolce di quella casualità, mai nessuna coincidenza fu più bella di trovarsi a contemplare cosa resta di noi dopo una tempesta.




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12 luglio 2007

l'occhio e lo spirito

                         

Quando Er torna dal regno dei morti, il guerriero parla a proposito di ciò che ha visto: Ananke, la divinità che rappresenta la necessità o il destino ineluttabile, tiene sulle ginocchia il fuso della sorte degli uomini. Le anime scelgono il proprio dàimon e, bevendo dal fiume Amelete, dimenticano ciò che da sempre hanno conosciuto. Se ci si potesse figurare quel luogo di passaggio al quale le anime arrivano prima di essere gettate nell'avventura della nascita, sarebbe forse lo scenario algido e poetico dell'opera di Pastorello. Quando l'anima attende il proprio destino forse ha gli stessi occhi sgranati e fissi delle figure di Pastorello: uno sguardo che trapassa, di cui la frontalità è solo un caso; uno sguardo fisso perchè attento alla scelta ma distratto per essere stato chiamato alla visibilità di chi lo osserva. Lo sguardo è quello consapevole di chi intuisce quale posto nel mondo gli è stato riservato. Saranno respiri che esisteranno un solo giorno oppure fortunate cadranno in corpi sottili per sopravvivere eternamente? Le immagini di Pastorello assumono allora la valenza di anime pre-incarnate che conoscono ogni cosa, prima di imprigionarsi nella volgarità della forma corporea. Custodiscono i segreti e i reticolati dell'esistenza intera perchè privilegiate dal dono della conoscenza. Non fremono le immagini perchè ogni cosa è preventivamente al proprio posto prima della dimenticanza. C'è il pericolo che possano essere scambiate per piacevoli cartoon: viste a primo acchito sembrano infatti piccoli abitanti di un mondo fantastico. Eppure c'è una mantica sottile che sottende l'immagine e lo sfondo in cui gravita; lo stupore inaudito è quello di un'anima che attende silenziosa di sapere dove andare e che ricorda a chi la guarda ciò che si è scordato: che la virtù è senza padrone e la responsabilità è di chi la sceglie.




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3 maggio 2007

A spasso...

  
SOB - di Giulia Sini                                                   SIGH - di Giulia Sini

Le creature di Giulia Sini abitano un mondo chimerico dove le regole e le convenzioni della realtà sono completamente ribaltate. Si cibano di ciò che sospirano e vedono solo ciò che intuiscono, hanno un cuore verde e spinoso ma lo tengono in mano in segno di sincerità. Sanno, molto meglio di noi, che ci si porta sulle spalle il peso del contrappasso. Sono serene le immagini di Giulia Sini perchè della vita conoscono entrambi i lati: allora affianco portano, in segno di estrema possibilità, una piccola e fugace farfalla notturna; in mano tuttavia, capiterà di vedere il segno della fertilità spirituale. Se immaginassimo un mondo sotterraneo, come quello graffiante di certi sogni che creano un senso di afasia mattutina, incontreremmo pure Sob e Sigh che si affrettano a indicarci la strada del ritorno alla realtà; e la realtà è quella della decomposizione da cui si genera la vita; la realtà al dritto e al rovescio dove la sistemazione degli organi lascia il posto alla costruzione artificiale del corpo. Per poter vedere le immagini di Giulia Sini, dobbiamo dunque intuirne da subito lo spessore. Lo scavo che l’artista fa di sè stessa porta ad un’operazione complessa e immaginaria; il fotomontaggio come tecnica magistralmente utilizzata è il risultato di una premurosa e preventiva dissezione. Allora Giulia Sini rappresentandosi l’interezza del corpo, riesce a dividerne anticipatamente tutte le parti; è a questo punto che si rimescolano le carte; nell’atto creativo si avverte un residuo: non è solo la capacità dell’artista quella che consente all’immagine di venire alla luce ma una volontà quasi primaria dell’immagine stessa a collaborare al senso dell’opera finale. Ecco perchè l’artista si tramuta in demiurgo riuscendo a dare alle forme il soffio vitale.




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16 aprile 2007

ofelie



foto di Giusy Calia

“C'era una volta un paradosso, ma ora il tempo lo ha risolto”…queste le parole di Amleto per la sua Ofelia; certo la sua, perché quella shakesperiana è una femminilità molto diversa da quella rappresentata da John Everett Millais. C’era una volta il paradosso e il tempo non lo ha risolto per l’Ofelia pre-raffaellita…sospesa nell’acqua infatti rappresenta la contraddizione del tempo che si ferma in una perpetua vertigine. La ricostruzione contemporanea è rappresentata dalle foto scattate da Giusy Calia. Nelle sue intenzioni, in principio, riproporre lo splendido quadro di Millais. In seguito il lavoro della Calia prende una piega differente e diventa una ricerca costante e inesausta sui percorsi poetici di tante ipotetiche Ofelie. In seguito alla sua raffinata ricerca estetica, Giusy Calia dispone entro uno spazio assai suggestivo la sua modella (decisamente simile alla Elisabeth di Millais) corredata di tutti gli oggetti di scena. Eppure c’è qualcosa  di più di una mera ricostruzione. Nell’opera della Calia infatti si avverte un istanza teorica molto forte e decisa, frutto di uno scavo profondo. E’ la rappresentazione della femminilità che qui spicca e deborda quasi dalle foto. L’espressione del volto è una invocazione, un’ultima richiesta sull’orlo di un tracollo forse definitivo. Eppure la domanda femminile proviene da un corpo in germinazione, totalmente asessuato che fa trapelare qualcosa di nuovo e autentico nella sua freschezza. Ogni immagine rappresenta una personalità decisa che scende in profondità negli interstizi dell’animo umano; ogni foto diventa così simbolo dell’intima storia di ognuno; difficile stabilire se si tratti di un incipit o della conclusione. In alcune immagini infatti sembra che le protagoniste osservino qualcosa in particolare: la rappresentazione forse di qualcosa che hanno agognato senza mai possederla; altre sono in ascolto verso la terra arida di possibilità mai afferrate. Altre ancora riverse nell’acqua per l’ultima delle loro scommesse. Eppure una cifra comune le contraddistingue, le fa stare vicine senza per questo entrare in relazione: la scelta. Ognuna delle protagoniste sceglie ciò che sarà di se stessa. Ognuna di loro ha scelto o sceglierà cosa ne sarà di lei, in quale porto rifugiarsi o in quale anfratto post-moderno andare a nascondersi. Nelle mani abbandonate di talune piuttosto che nella posizione corporea di altre si segue dunque la possibile narrazione delle singole storie. L’importanza sta nell’inquadratura scelta dalla Calia, una disposizione morale la chiamava qualcuno, il diaframma tra noi e l’altro-da-noi replicava qualcun altro. Un riflusso dunque che ri-porta ad un’immagine nuova della donna. Un’immagine invertita perché doppia, rovesciata. Ofelia da ogni angolazione ottica dunque a rappresentare ciò che trova una quiete dopo il movimento. Ciononostante assistiamo ad un’immagine che somiglia più ad un fotogramma istantaneo che ad una sembianza immota. Il movimento dell’acqua è sia nel rigonfiarsi aereo della veste che nei capelli risucchiati dalla superficie. Il germoglio corporeo è febbricitante, si sposta abbandonandosi completamente al suo stato naturale, quello dell’innocenza perduta e tuttavia rassicurante. L’elemento liquido, ben lungi dal richiamare la maternità, è bensì il tempo del trapasso in cui nulla è compiuto. C’è resistenza. Contraddizione della femminilità. Attesa di trasmutazione alchemica. Paradosso del non-compiuto. Ofelia attenderà di essere pervasa da un’acqua asciutta che la accompagnerà all’estremità dei suoi orli fino a scoprirla della stessa stoffa dei sogni, incontaminata. 

Ecco allora che guardando le foto di Giusy Calia avremo come l’impressione di sentire qualcosa in lontananza simile al canto della giovane Ofelia che cade nell’acqua; oppure scontrarci con la pastosità del silenzio, con la complessità di chi, senza occhi, ci osserva e pretende l’urgenza della nostra attenzione. Perchè le foto di G.Calia domandano qualcosa di crudele, interrogano lo spettatore in maniera a volte spietata. Sarà la Bellezza a salvare il mondo Ofelia? Oppure sarà lei stessa a decidere cosa accadrà della sua bellezza? Probabilmente Giusy Calia non pensa di poter rispondere ma certamente, nella sua ricerca artistica, di continuare a domandarselo, come ognuno di noi dovrebbe fare.




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16 aprile 2007

scritti di confine

Miriam Ore, l'artista e l'assurdo (in XÁOS. Giornale di confine, Anno I, n.1 2002)

 














Ne Il mito di Sisifo Albert Camus scrive: "Anche gli uomini secernono l'inumano. In certe ore di lucidità, l'aspetto meccanico dei loro gesti, la loro pantomima priva di senso rendono stupido tutto ciò che li circonda. Un uomo parla al telefono, dietro un tramezzo a vetri; non lo si ode, ma si vede la sua mimica senza senso: e ci si chiede perché mai egli viva. Questo malessere di fronte all'inumanità dell'uomo, questa incalcolabile degradazione dell'immagine di ciò che siamo (…) sono pure l'assurdo".La meccanicità dell'esistere dunque è l'assurdo, tutto ciò che di sterilmente ripetitivo scandisce la nostra esistenza. Consideriamo questo peculiare aspetto dell'assurdo e guardiamolo dal punto in cui noi stiamo: la realtà; si perché dando una tale definizione dell'assurdo non si può prescindere dalla realtà intesa come mondo. E' noto come ne Il mito di Sisifo Camus definisca l'assurdo come il "divorzio tra l'uomo e la sua vita", sottolineando l'importanza fondamentale dei due termini uomo e vita, i quali devono sopravvivere affinché possa sorgere l'assurdo; partendo da ciò si potrebbe dire dunque che perché l'assurdo sia, è necessaria la presenza dell'uomo, dell'uomo che vive e si muove nella realtà, nel mondo circostante.













Proseguendo in tal senso si potrebbe altresì notare che appunto perché l'uomo è inestricabilmente rapportato alla realtà, egli ci-è-immerso; la realtà dunque nella quale, pur agitandosi, l'uomo è ancorato, non riguarda un dato esterno, o meglio non solo. Sicuramente non è su di un piano irreale o metaempirico che l'assurdo si riconosce, si badi bene si riconosce: per poter parlare di assurdo, per poterlo riconoscere infatti dobbiamo stare-nella-realtà, perché è la realtà che lo produce, è l'uomo che lo produce, è a mezza via tra l'uomo e il mondo che si produce l'assurdo: qualcosa che ci fagocita e allo stesso tempo ci sospinge Altrove. Se l'assurdo fosse prodotto solo dalla realtà si potrebbe guardare solo da un punto di vista esteriore, in autentico; se, di contro, fosse prodotto unicamente dall'uomo non gli si potrebbe dare una definizione valida per "l'uomo" ma solo per "un uomo", il tal tizio per esempio. Allora che cosa c'è che sfugge? C'è forse una ingenuità di fondo in quanto asseriva Camus? Se si domandasse all'autore di un'opera d'arte in che modo e in che senso dai propri lavori si intraveda l'assurdo, l'artista risponderebbe sicuramente in linea con quanto detto sopra: l'assurdo è l'automatismo di un mondo che non appartiene più all'uomo, l'assurdo è l'alienazione sociale, probabilmente, dalla quale l'artista si sente soffocato: l'artista che parla dell'assurdo come di una categoria (definita e definibile quindi) rigetterà dunque l'intera realtà o meglio tenterà di schivarla abitando solo le proprie opere: un atteggiamento davvero contro-corrente, peccato che chi ne parla in tal modo faccia parte in maniera totale della corrente; per alcuni può essere una posizione priva di contraddizioni, non lo mettiamo in dubbio.

Poniamo, per ipotesi, che alla domanda: - In che modo nella tua opera si può rilevare l'assurdo? -

l'artista risponda: - Per me l'assurdo non esiste. - E' possibile rinnegare l'assurdo come facente parte delle proprie opere d'arte ma è possibile negare l'esistenza dell'assurdo come categoria? Crediamo di si, proprio per il fatto che riconoscere l'assurdo, sopra definito, presupponga un sentirsi nella realtà. E se un'artista non dipingesse che il suo immaginario? Se un'artista lavorasse esclusivamente sul proprio inconscio? Sarebbe coerente che definisse l'assurdo? Dal punto di vista dell'immaginario, assolutamente no. L'assurdo, direbbe tale artista, è una convenzione, è una etichetta che si appiccica a tutti quegli artisti contro-tendenza (che sovente coincide con la tendenza) i quali "fanno gli artisti" e spesso non lo sono. Aggiungere che le opere di Miriam Ore qui proposte rientrano nel tema dell'assurdo sarebbe quindi forzato seguendo il ragionamento fin ora fatto, cioè dando al termine assurdo il significato di mera convenzione. Non sarebbe forzato tuttavia parlare di anelito verso la totalità, ricerca interiore sul sentiero dell'immaginario, bisogno inconscio di senso. I dipinti di Miriam Ore sfuggono, come l'autore stesso, a dei canoni precisi di interpretazione: e forse nel momento in cui si tenta di analizzare e descrivere un'opera d'arte la si inaridisce…nel caso dell'autore in questione, non esiste proprio spiegazione di sorta per i suoi lavori, il senso dell'arte dunque riesce a risultare "evidente" solo nell'istante della sua produzione per poi "rientrare in se stesso", celarsi e lasciare fuori l'enigma irrisolto di un corpo visibile solo a metà.  Se l'autenticità consiste non nel sentirsi parte di qualcosa, ma, come diceva Goethe, nel vivere ciò che spontaneamente fuoriesce da se stessi, Miriam Ore è perlomeno autentico, non definirlo assurdo è solo un problema linguistico.

*Ringrazio Miriam Ore per la discussione intrattenuta sul tema




permalink | inviato da il 16/4/2007 alle 10:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa

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