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5 dicembre 2009

René Char


Io ti scuso tu morirai
Della quiete che mi allaccia

Non ne voglio al tuo mistero
E come credere al mio rimorso

La violenza del giorno mi è cara
Più della pietra che ti addormenta.

[René Char, Bestemmia sotto i salici in "Lontano dalle nostre ceneri e altre poesie"]

***

La foto è di Roger Ballen


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16 agosto 2009

incanto lunare

 


Caligola: Elicone!
Elicone: Che c’è?
Caligola: (con voce seria e stanca). Voglio la luna … Non voglio mica l’impossibile … Tieni presente che l’ho già avuta … Io l’ho avuta completamente … L’avevo tanto guardata e accarezzata sulle colonne del giardino che aveva finito per capire.

Come il Caligola di Albert Camus desidera che l’impossibile sia, così anche Lucio dell’Asino d’oro di Apuleio invoca il potere di guarigione della luna come qualcosa di agognato. La rappresentazione storica è quella della Dea Iside, sorella e sposa di Osiride, capace di ridare la vita alle membra dilaniate dalla sofferenza terrestre, ma non solo. L’invocazione alla luna viene richiesta come qualcosa di salvifico e al contempo denudante del nostro stesso Sé. La ri-composizione di Osiride, raccontata nel mito egizio, è metafora di ricongiunzione postmoderna tra noi e l’Altro e ancor prima tra noi e la nostra stessa essenza marina; una quiete dunque che superando il languore per l’impossibile, riesce a lenire le ferite e a riportare la luce lunare in terra. Ma piuttosto che di radura chiaroscurale dell’essere, la luna è la finestra tra noi e noi stessi; riempie quell’interstizio liminare di nulla eterno e ci inchioda alla sua concavità infinita, come la definisce Alejandro Jodorowsky ne La Via dei Tarocchi. Ed è in questo perpetuo manifestarsi a noi stessi che ritroviamo nella luna l’origine materna e cosmica delle nostre profondità. Una primordiale capacità di nutrizione, discernimento, conoscenza delle nostre radici acquatiche e vibratorie che ci traghetta dentro e fuori di noi e che racconta di come le cose del mondo, guardate sotto una particolare lente, si riscoprano come possibili. Nella rappresentazione dei Tarocchi, la luna viene disegnata come un volto di profilo che custodendo il creato non si manifesta mai nella sua frontalità. Eppure ognuno di noi è già originariamente inscritto in un Tutto, basterebbe solo adoperare l’intuizione. Eppure ognuno di noi fa già parte del grembo lunare come archetipico ricettacolo di desideri, contraddizioni e accettazione di sé. È da quest’ultimo punto, dall’accettazione di sé che possiamo riconoscerci nella matrice lunare, nella Grande Madre o Iside che tutto ricuce per ri-generarci. Così la frontalità dello sguardo non è resa necessaria, proprio perché la luna indica la strada che già conosciamo e che abbiamo dimenticato. Sono lo specchio universale, chiunque può vedersi in me, così Jodorowsky chiosa sulla capacità dell’astro di custodire e vegliare ogni ente. Ecco dunque cosa chiedevano a gran voce Caligola e Lucio: conoscere sé stessi, potersi specchiare nel principio universale della luna come Altro assoluto e come termine medio per il nostro benessere primigenio. Credevano fosse impossibile perché l’intelletto, come il discorso logico, avverte parzialmente la totalità del cuore e della spiritualità.

[pubblicato anche qui ]




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7 settembre 2008

vista con granello di sabbia


di
Wislawa Szymborska

Lo chiamiamo granello di sabbia.
Ma lui non chiama se stesso né granello, né sabbia.
Fa a meno di nome
generale, individuale,
instabile, stabile,
scorretto o corretto.

Non gli importa del nostro sguardo, del tocco
Non si sente guardato e toccato.
E che sia caduto sul davanzale
è solo un'avventura nostra, non sua.
Per lui è come cadere su una cosa qualunque,
senza la certezza di essere già caduto
o di cadere ancora.

Dalla finestra c'è una bella vista sul lago,
ma quella vista, lei, non si vede.
Senza colore e senza forma,
senza voce, senza odore e dolore
è il suo stare in questo mondo.

Senza fondo lo stare del fondo del lago
e senza sponde quello delle sponde.
Né bagnato né asciutto quello della sua acqua.

Né al singolare né al plurale quello delle onde,
che mormorano sorde al proprio mormorio
intorno a pietre non piccole, non grandi.

E il tutto sotto un cielo per natura senza cielo,
dove il sole tramonta non tramontando affatto
e si nasconde non nascondendosi dietro una nuvola ignara.
Il vento la scompiglia senza altri motivi
se non quello di soffiare.

Passa un secondo.
Un altro secondo.
Un terzo secondo.
Ma sono solo tre secondi nostri.
 
Il tempo passò come un messo con una notizia urgente.
Ma è solo un paragone nostro.
Inventato il personaggio, insinuata la fretta,
e la notizia inumana.

***

Quel silenzio degli oggetti mi è necessario. Riconoscere la gratuità dello stare al mondo sarebbe altrettanto vitale. Invece continuo a inventare messi e portatori di notizie urgenti. Vorrei fossero buone, vorrei fossero inaspettate rivelazioni. In un silenzio assolato e sordo, una falena notturna che aveva fatto nido su un panno dimenticato mi è quasi volata tra le mani. Era enorme col corpo zebrato. Sotto lo scrittoio e poi ancora, non sopportando la luce, accovacciata da qualche altra parte della stanza. Oggi è stata lei la mia sponda, lei che cercava di guardare il fondo del lago.
Ma quella vista, lei, non si vede.
Vorrei essere meno presente a me stessa, davvero sentirmi ogni tanto senza bisogno di dover morire nel mio nome.
E accadere dove capita.



"Un miracolo supplementare, come ogni cosa:
l'inimmaginabile
è immaginabile."

***
sto ascoltando Ryuichi Sakamoto - Rain (live)



***
ALCUNI POST REPERIBILI IN RETE SU Wislawa Szymborska:
Gli sono troppo vicina perchè mi sogni
Qualche parola sull'anima
Il mondo è stupefacente
***


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11 luglio 2008

così è...

Anche quando sembra che la giornata
sia passata come un'ala di rondine,
come una manciata di polvere
gettata e che non è possibile
raccogliere e la descrizione
il racconto non trovano necessità
né ascolto, c'è sempre una parola
una paroletta da dire
magari per dire
che non c'è niente da dire.

[Patrizia Cavalli, da Poesie]




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7 luglio 2008

il refrigerio della solitudine



Certamente il quadro più bello di George de La Tour, la sua Maddalena penitente più che cospargersi di dolore ha una pensosa serenità. Ha compreso ormai tutto. La Bellezza e il tempo che scorre lo afferra con gli occhi al limitare del fuoco. Come se il logos lo vedesse danzare davanti a lei, senza bisogno di pronunciare o di dire. Immobile, forse un pò stanca a cosa starà pensando? Me lo chiedo spesso osservandola con quel teschio in mano. Come se dalla vita non volesse niente di più di quello che ha già avuto. Come se sapesse accontentarsi della luce fioca della ragione che inganna. Non si cura di ciò che il fuoco produce, ma ne osserva la radice, il principio come se fosse lì la causa e il diletto di tutti i suoi giorni.




1 luglio 2008

Dal balcone del corpo, di Antonella Anedda


Une vocation, William Bougereau

“…Noi viviamo per schegge

che spostandosi frantumano l’io e il voi

e il più delle volte lasciano intatto solo il paesaggio”.

Lascia che la terza persona parli e che loro rispondano:

“Noi abbiamo i nostri giudici. Fitti come uccelli negli alberi.

Le loro voci si confondono.

Uno è più severo degli altri. Uno è più mite

(nostro padre era un giudice).

 Ora fai che il plurale si ritragga

indietreggi, dica di nuovo: io

Antonella Anedda

(Coro, Dal Balcone del Corpo)


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7 dicembre 2007

sintomatica



Sorprendente come il sogno riesca a chiarirci le idee. Mi è successo proprio l’altra sera, dopo un incontro lunghissimo con una persona che non vedevo da tempo. Mi ha ricordato cose e volti ormai sepolti dagli anni e dalle incomprensioni. Quelle cose che restano intatte e preziose solo in un particolare tratto di strada; ecco ho capito che li posso custodire esattamente in quei cassetti, e non oltre. Dopo quei rovesci, avvenuti per caso contemporaneamente, mi sono chiesta per lungo tempo come si fa a vivere la stessa entusiasmante esperienza e percepirne così diametralmente opposta la sensazione che resta…tant’è! Il tempo è trascorso e le intenzioni di riconciliazione le ho aspettate, mangiandomi il fegato e perdendo il mio baricentro. Ecco, l’altra sera tutto mi è apparso chiaro, ho avuto le risposte che aspettavo e con grande delusione ho potuto costatare che non me ne importa più niente. Riprendere un progetto abbandonato da anni con la speranza di poter dare il massimo dell’energia…non è più così. Il mio occhio si è spostato verso altre pieghe e ho capito finalmente che quelli che credevo amici e compagni di viaggio mi hanno solo usata. Magari mi sono fatta semplicemente usare…non ho tanti dubbi. Può darsi, ma quegli anni sono stati per me preziosa palestra. Corpi atletici e gloriosi e contaminazioni fertili. Tutto in quel tratto di strada, chiuso in uno scrigno che aperto non ha più il profumo di un tempo. Strano come le cose ritornino quando poco te ne importa, quando credi di aver cambiato rotta. Vanità delle vanità. Il sogno di quella notte - mentre la sera rientravo a casa piena di dubbi e in preda al mio solito mutismo-baratro-buio – è stato chiarificatore. In soggettiva ho sognato di avere sete. Ho aperto una bottiglia e ho bevuto frettolosamente; solo dopo mi sono resa conto che la bevanda, era latte, era scaduta dal 2002….mi disperavo, nel sogno, perché temevo potessi avere ripercussioni al fegato, avevo ingerito molta muffa anche se il sapore era apparentemente dolcissimo. Qualcuno mi rassicurava dicendomi che il latte era scaduto solo da pochi giorni. Mi sono svegliata singhiozzando…




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28 novembre 2007

da carne segno


Essere matita è segreta ambizione.
Bruciare sulla carta lentamente
e nella carta restare
in altra nuova forma suscitato.
Diventare così da carne segno,
da strumento ossatura
esile del pensiero.
Ma questa dolce
eclissi della materia
non sempre è concessa.
C’è chi tramonta solo col suo corpo:
allora più doloroso ne è il distacco.

[Valerio Magrelli, da Ora Serrata Retinae]



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20 novembre 2007

narciso



«Esiste mai amante, o selve, che abbia più crudelmente sofferto? Voi certo lo sapete, voi che a tanti offriste in soccorso un rifugio. Ricordate nella vostra lunga esistenza, quanti sono i secoli che si trascina, qualcuno che si sia ridotto così? Mi piace, lo vedo; ma ciò che vedo e che mi piace non riesco a raggiungerlo: tanto mi confonde amore. E a mio maggior dolore, non ci separa l'immensità del mare, o strade, monti, bastioni con le porte sbarrate: un velo d'acqua ci divide! E lui, sì, vorrebbe donarsi:ogni volta che accosto i miei baci allo specchio d'acqua, verso di me ogni volta si protende offrendomi la bocca. Diresti che si può toccare; un nulla, sì, si oppone al nostro amore. Chiunque tu sia, qui vieni! Perché m'illudi, fanciullo senza uguali? Dove vai quand'io ti cerco? E sì che la mia bellezza e la mia età non sono da fuggire: anche delle ninfe mi hanno amato. Con sguardo amico mi lasci sperare non so cosa; quando ti tendo le braccia, subito le tendi anche tu; quando sorrido, ricambi il sorriso; e ti ho visto persino piangere, quando io piango; con un cenno rispondi ai miei segnali e a quel che posso arguire dai movimenti della bella bocca, mi ricambi parole che non giungono alle mie orecchie. Io, sono io! L'ho capito, l'immagine mia non m'inganna più! Per me stesso brucio d'amore, accendo e subisco la fiamma! Che fare? Essere implorato o implorare? E poi cosa implorare? Ciò che desidero è in me: un tesoro che mi rende impotente. Oh potessi staccarmi dal mio corpo! Voto inaudito per gli amanti: voler distante chi amiamo! Ormai il dolore mi toglie le forze, e non mi resta da vivere più di tanto: mi spengo nel fiore degli anni. No, grave non mi è la morte, se con lei avrà fine il mio dolore; solo vorrei che vivesse più a lungo lui, che tanto ho caro. Ma, il cuore unito in un'anima sola, noi due ora moriremo».
[Ovidio, Metamorfosi, Libro III]


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10 novembre 2007

ogni cosa ha il suo tempo



-In sonoro-
BEN HARPER - THE POWER OF GOSPEL


C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.

Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.

Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.

Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.

Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.

Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.

Abbi cura di te, fratello mio, chè scappi ancora.
Spero che un giorno rileggendo le lettere del tuo presente non rimpiangerai niente, che avrai sempre dietro te una luce fioca ad indicarti il cammino. Che le tue notti insonni non siano aghi conficcati nella carne ma germogli di vita nuova...
Abbi cura di te, fratello mio, chè arriverà un tempo in cui tornerai, un tempo di raccolto e di pace, per tutti.




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26 settembre 2007

IL MIO AMICO TOTORO


Un ombrello piccolo e rosso mentre piove e aspetti in una fermata che sembra desolata. Mondi magici si aprano al tuo passaggio e una minuscola e salda lanterna accompagni i tuoi passi. Che la fuliggine delle tue ceneri si tramuti in vorticose e piccole anime da scoprire dietro impolverate soffitte. Che le tue mani siano sempre alla ricerca di qualcosa…ma si che c’è…è proprio lì in quegli interstizi di tempo che a volte abbandoni in un angolo. Basta che i tuoi occhi siano sempre aperti all’immaginazione di mondi possibili. Che tu possa salire finalmente in quell’autobus a forma di gatto e che la fermata sia proprio quella che hai desiderato. E lo incontrerai anche tu Totoro e potrai dormirgli sulla pancia, un pomeriggio assolato che asciuga le tristezze.




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26 luglio 2007

8 aprile 2004

Vi ripropongo un vecchio post che spero vi possa fare compagnia nei miei giorni di assenza....
A presto....




Caro Prof. C.,

È da tempo che avrei voluto scriverle alcune righe. Forse un po’ per imbarazzo e un po’ per non disturbarla non l’ho mai fatto. Oggi però, dopo averla vista, il mio cuore mi ha spinta oltre la ragionevole riservatezza. Sono felice che abbia voluto incontrarmi. Prendo coraggio e inizio. Da quando Lei è andato via da quell’ameno posto che è l’istituto di filosofia, i corridoi sembrano più grigi. Preferisco a volte non passare da quelle parti per evitare incontri spiacevoli. Sono stata fortunata caro Professore perché nel mio breve cammino l’ho incontrata e la sua umanità mi ha insegnato quello che nei libri non si riesce a trovare. Credo di doverglielo dire perché tengo molto che lei lo sappia. Una tranquilla e solida carriera a volte fa perdere di vista ciò che della vita e della filosofia è importante: la ricerca di un senso. In questi anni ho riflettuto soprattutto sull’uomo che su sterili esercizi di stile e credo che, nel mio piccolo, continuerò a farlo. In questi anni ho avuto il suo esempio: grande rettitudine morale, generosità d’animo e, non ultimo, rigore scientifico. È in persone come lei che secondo me la filosofia cresce e si coltiva. La filosofia di cui tanti si riempiono la bocca e che invece sgorga dal profondo dell’animo umano; l’autentico amore per la sapienza è quello che Lei mette in pratica ogni giorno in ogni suo gesto, senza timore. Se la filosofia deve essere al servizio degli uomini che non vogliono altro che il potere non resterebbe molto di cui discutere. Invece bisogna lottare. Tenere i denti stretti e le proprie idee ben salde e dire no. Bisogna dire no a chi pensa che fregiarsi del titolo di professore comporti l’auto-proclamazione a filosofo. Non è questo che insegna Platone e non è questa la ricerca della verità di cui bisognerebbe occuparsi un po’ di più. All’Università manca la serietà. Ormai non si parla più del dibattito contemporaneo, dello stato di avanzamento delle proprie ricerche ma si pensa piuttosto a dirimere piccole controversie inutili e noiose. Pur tuttavia quando sono sul punto di abbandonare mi torna in mente Lei. La sua passione equilibrata e il suo impegno nell’affrontare le cose. Così raccolgo le forze e vado oltre. Ci sono spazi immensi e lande inesplorate del sapere che riescono a dare un grande senso di libertà. È il pensiero che riesce a salvarmi? O forse la consapevolezza di non aver mai fatto abbastanza; come un languore che non acquieta mai lo spirito. In questo periodo ho riletto le intense pagine di Bonhoeffer del suo Resistenza e resa e mi sono soffermata sulla commovente poesia Voci notturne a Tegel

Disteso sul mio tavolaccio
fisso la grigia parete.
fuori una sera d’estate
che non mi conosce,
cantando va per la campagna

Dormite un poco,
corpo e anima stanchi, stanco capo, stanca mano.

Odo la mia anima tremare e agitarsi
muti pensieri notturni.

Muto è il coro,
teso il mio orecchio:
“Noi vecchi, noi giovani,
noi figli di tutte le lingue,
noi forti, noi deboli,
noi che dormiamo, noi che vegliamo,
noi poveri, noi ricchi,
eguali nell’infelicità, noi buoni, noi cattivi,
comunque siamo stati,
noi uomini dalle molte cicatrici,
noi testimoni, noi caparbi, noi scoraggiati,
noi innocenti e noi gravemente accusati,
noi duramente tormentati dalla lunga solitudine,
fratello, te noi cerchiamo, noi chiamiamo te.
Fratello m’odi tu?”

Disteso sul mio tavolaccio
Fisso la grigia parete. Fuori una mattina d’estate
che non è ancora mia
Giubilando va per la campagna.
Fratelli, finché dopo la lunga notte
non spunti il nostro giorno,
restiamo saldi.

Credo sia uno dei passi più accorati e toccanti di Bonhoeffer. La lunga notte della prova ha sempre in serbo una mattina d’estate. La speranza accompagna l’uomo nel sentiero impervio che a volte la vita ci prepara in modo imprevedibile. È forse l’amore a sorreggerci in momenti simili? L’amore che supera e scardina le distanze e che sa ascoltare il dolore. L’amore incondizionato di un figlio che sa assistere in silenzio.
Per quel poco che importa, vorrei che sapesse che le sono vicina. Sono certa che avremo modo di parlare ancora tante volte e quando ricorderemo questi mesi difficili, quella mattina di sole avrà già asciugato tutte le tristezze. Nel frattempo restiamo saldi.

Con affetto sincero,
al mio Maestro
che della filosofia ha fatto il suo stile di vita.

Dopo questa lettera, la vita concesse al mio Maestro un’altra estate. Il 6 dicembre dello stesso anno ci abbandonò; era davvero stanco e il male che lo aveva colto un anno prima gli aveva già regalato tanti mesi in più rispetto alla diagnosi. In quei mesi andai a trovarlo spesso; concedeva di esser visitato solo a pochissime persone; sono stata davvero fortunata a potergli stare vicino e a respirare fino infondo cosa vuol dire la sofferenza che ti trasforma l’esistenza. La sua malattia e la sua scomparsa sono state una frattura insanabile; tra me e la certezza che i puri di cuore a volte vengono salvati; tra me e l’indifferenza e la solitudine in cui è stato abbandonato un uomo straordinario. Il potere fagocita tutto, mercifica davvero qualsiasi cosa gli capiti sotto mano; e l’università, fedele serva di questo multiforme potere, assume un posto di rilievo. Anche quando si tratta di filosofia, anche quando si tratta di uomini che hanno dato 30 anni di vita al servizio di un’istituzione con alti valori scientifici. Penso infine che siamo davvero uomini vuoti se prima di guardare l’Altro come un nostro fratello, pensiamo alle risorse economiche da reinvestire. Penso che chi non ha senso etico farebbe meglio a fare altro, invece di occuparsi di filosofia pretendendo pure di insegnarla alle future generazioni. Penso che se l’università è uno sfascio morale, lo è anche perché chi vede certe ingiustizie preferisce non parlarne in giro. Penso che se il mio Maestro è morto tra il rammarico per l’indifferenza altrui allora si debba ripensare un codice etico di chi insegna ai nostri figli. Penso che se uno come lui, un buon cristiano definito così da tutti (perché lui sì che lo era nel senso pieno del termine), non abbia ricevuto nemmeno il rispetto doveroso per la sofferenza …beh allora….ditemi che significato ha continuare ad avere fiducia in un’istituzione che, soprattutto in Italia, non fa altro che nascondere le proprie mancanze e che davanti all’Altro gira le spalle e tira dritta. L’università in queste condizioni è un luogo di cultura? Penso proprio che dovremmo cominciare a dire di NO.




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25 luglio 2007

buone vacanze

Auguro a tutti voi buone vacanze.
Forse prima della mia partenza riuscirò a scrivervi.
Un abbraccio e a rivederci presto.
Nel frattempo vi dedico i bellissimi versi di Veloso.


In sonoro: Caetano Veloso, Michelangelo Antonioni




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6 luglio 2007

Nella stanza dei giochi

Dietro quell'ultimo sogno
in cui ti sorreggevo come avrei voluto fare,
non avevi più occhi aperti.
Ti portai con me nei percorsi familiari e quotidiani
fino a quel vuoto che ti stava aspettando...
Solo un attimo ti voltasti e il tuo bacio sulle labbra mi destò dal sonno.
Poi più nulla,
se non il tuo ricordo che mi accompagna
nelle ciglia rapprese di un giorno qualunque.
Ti ho amato moltissimo
e so che anche se in una landa che non conosco ancora
coltiverai il tuo giardino. 
I fiori non sono ancora appassiti.
Sarai una donna, solo questo conta
un mistero che giustifica il vuoto del cielo
una musa per chi vive solo di parole sulla carta....
 



In sonoro: lou reed - perfect day




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sfoglia     agosto       

 
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BLOGGER CONTRO OGNI FORMA DI FASCISMO E RAZZISMO
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“Ho sempre sentito dire che i santi sono necessari alla nostra salvezza,
Loro non si sono salvati
Chi te l'ha detto?
E' quello che sento dentro di me
Cosa senti tu dentro di te?
Che nessuno si salva, che nessuno si perde
E' peccato pensare così
Il peccato non esiste, c'è solo morte e vita
La vita è prima della morte
Ti sbagli, Baltasar
la morte viene prima della vita, è morto chi siamo stati, nasce chi siamo, è per ciò che non moriamo per sempre [...] noi non sappiamo abbastanza chi siamo, eppure siamo vivi, 
Blimunda, dove hai imparato queste cose?
Sono stata ad occhi aperti nel ventre di mia madre, da lì vedevo tutto”
[Saramago, Memoriale del convento]

Quando Blimunda, la magnifica protagonista delle pagine di Saramago, è a digiuno riesce a vedere dentro le cose.
Perchè Blimunda sa che la veggenza è un dono inconsapevole. Blimunda osserva e ascolta, come un’anima antica vede. E sa che la morte e la vita sono legati come il declino e l’amore. Il dono di Blimunda nel post-moderno è paradossalmente il racconto di quello che non c’è, osservando e raccogliendo “immagini altre” per fermare l’inevitabile: la fine di tutte le cose. E chissà come saranno le immagini viste e quelle sognate o desiderate. Saranno a tratti potenti e sovente melanconiche. Il digiuno di Blimunda è qui inteso metaforicamente come ricerca della verità...una sottrazione costante, impietosa.  La verità è un fondo neutro dove le immagini restano intatte senza essere intaccate dal Chronos saturnino oppure...oppure ci sono delle soglie che aspettano di essere varcate. Coltiverò questo spazio come fosse un giardino, il mio.

Siete i benvenuti!


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Nonostante questo blog non si possa considerare una testata giornalistica, perché priva di una costante periodicità, alcuni degli scritti e/o articoli presenti sono stati già pubblicati in quotidiani, riviste e cataloghi quindi soggetti a regolare copyright. L'autrice dichiara di non essere responsabile per i commenti dei visitatori inseriti a seguito dei post. Eventuali commenti lesivi dell'immagine o della onorabilità di persone terze non sono da attribuirsi all'autrice nemmeno se il commento viene espresso in forma anonima. La maggior parte delle immagini presenti in questo blog sono tratte da Internet e su specifica e motivata richiesta saranno immediatamente rimosse.
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GOYA- Il sonno della ragione genera mostri

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Pollici divini, aiutatemi
A scolpire queste fronti sfuggenti,
queste orecchie tese di metallo,
queste guance gonfie di rose,
e queste bocche che si ritraggono
al tocco delle mie dita.
La bottega danza e si espande,
sconcertante gioco al massacro.
Siate rocce, siate la frase
Che trema sulla bocca di un uomo
Che vacilla nel suo pensiero.
[Antonin Artaud, Bottega dell’anima]
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Avete incontrato
o incontrerete qui....
tra le altre cose:


KAURISMAKI- CRIME AND PUNISHMENT



ANNA MAGNANI



ANTONIN ARTAUD



GIORDANO BRUNO



GILLES DELEUZE



LUDWIG WITTGENSTEIN



C.TH. DREYER



EDITH STEIN



BERGMAN- FANNY E ALEXANDER



ERACLITO



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DREYER- ORDET



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BERGMAN- IL SETTIMO SIGILLO



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Sto leggendo:


PIETRO VERRI- LE OPERE



CVETAEVA- DESERTI LUOGHI



GROSSMAN- COL CORPO CAPISCO



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Sto ascoltando:


PAOLO CONTE

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contatore inserito dal 6/6/07
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